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Rebuilding, di Max Walker-Silverman

In un Paese che brucia, tra cenere e solitudini, il film riscopre la dignità dell’uomo comune: il cinema come atto di resistenza gentile. #RoFF20. Alice nella Città

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“Welcome to the new world order. Families sleepin’ in their cars in the southwest. No home, no job, no peace, no rest.”

(The Ghost of Tom Joad, Bruce Springsteen, 1995)

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Al pari del Tom Joad cantato da Bruce Springsteen, Dusty (Josh O’Connor) – il cowboy solitario, remissivo e dolente, nonché protagonista assoluto di Rebuilding, opera seconda di Max Walker-Silverman – ha perso tutto ciò che un uomo per bene dovrebbe possedere: una casa, una famiglia e una scia da inseguire. Per questo non può far altro che sentirsi perduto e inascoltato, se non addirittura ignorato dal suo stesso Paese, che dovrebbe far qualcosa – qualsiasi cosa – pur di aiutare individui come lui, scegliendo però di ignorarli, con la complicità delle banche e forse addirittura del destino stesso: quello più avverso, disperato e privo di qualsiasi possibile speranza.

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Dopo che gli incendi hanno devastato il suo ranch, un cowboy di nome Dusty finisce in un campo della FEMA, trovando comunità con altre persone che, come lui, hanno perso la casa ma che, nonostante il dramma e la disgregazione affettiva – nonché simbolica rispetto a luoghi e ricordi – scelgono di restare unite, scoprendosi forti perfino nella caduta. Dusty, però, non affronta esclusivamente la perdita della casa, ma anche quella della famiglia, che – a seguito di un precedente divorzio – si è ormai ricostruita. Nonostante la distanza creatasi nel tempo, riuscirà Dusty a essere un buon padre per la piccola e sfuggente Callie Rose? Cosa ne sarà del ranch di famiglia?

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Se è vero che Springsteen tornava ai profughi e ai pionieri precedentemente narrati da John Steinbeck e Woody Guthrie, Max Walker-Silverman sembra rifarsi alla letteratura di Richard Ford e John Williams, rintracciando immediatamente il peso effettivo della quotidianità, del minimalismo stilistico (oltreché di linguaggio) e, ancora, il realismo crudo del sociale: quello di ieri, eppure in dialogo – fortemente, o ferocemente che dir si voglia – con quello di oggi. Walker-Silverman, infatti, non fa riferimento ad alcun immaginario western preesistente, per quanto il genere rivisiti quegli scenari, volti e toni, collocandosi a metà strada tra cinema documentaristico e cinema di finzione.

Rebuilding, di Max Walker-Silverman

Dunque l’intrattenimento non è mai programmatico, bensì spontaneo, così come l’empatia, inevitabilmente frutto di un’ottima prova interpretativa (lo è quella di Josh O’Connor, ma ancor più della giovanissima Lily LaTorre), cui si lega fin da subito il registro drammatico della scrittura, che dialoga ininterrottamente con il reale, con le immagini che osserviamo quotidianamente sugli schermi dei nostri smartphone, televisori e PC, a proposito di tutti quegli americani costretti sempre più alla migrazione e alla disperazione. Talvolta a causa degli incendi, altrimenti del costo della vita e, ancora, dell’insubordinazione governativa e della violenza ormai dilagante, inclusa nell’American Way of Life di trumpiana memoria.

Pur possedendo tutte le carte in regola per farlo, Walker-Silverman sceglie comunque di non ricorrere mai ad alcuna forma di sensazionalismo, preferendogli di gran lunga il minimalismo gentile e rassegnato di un linguaggio cinematografico che si fa denuncia non attraverso le grida, le armi e il panico, bensì il dolore espresso dai volti, dai silenzi e dalla spaventosa desolazione – o meglio, distruzione – di luoghi precedentemente popolati e sfruttati, divenuti ormai inutilizzabili, perduti, morti. Alla terra si è sostituita la cenere; alla bellezza del ricordo, l’inevitabile rassegnazione.

Rebuilding sussurra, lasciando che le immagini respirino – c’è un grande lavoro sull’inquadratura e sulla fotografia, a cura di Max Walker-Silverman e Alfonso Herrera Salcedo – che si offre largamente allo scenario naturalistico, senza mai perdere l’umanità che effettivamente lo abita. Umanità che non è mai marginale, ma sempre centrale, seppur ridotta a un minuscolo puntino rispetto all’immensità delle aride distese e delle montagne oltre la pianura; e così i volti degli interpreti, la cui sottrazione appare evidente e sincera.

Il secondo lungometraggio da regista di Max Walker-Silverman – vuoi per una pacatezza ormai rara, vuoi per un minimalismo di forma che tutto dice sul presente, fuorché della necessità di intrattenere e sorprendere (il reale lo fa già di suo, e fin troppo bene) – resta impresso nella memoria e conquista. La parabola gentile di un cowboy rassegnato, che, pur avendo perso tutto, riscopre amore, riscatto e solidità proprio nella privazione. John Prine e Bruce Springsteen hanno cantato qualcosa di simile: suoni che si fanno immagini, reale che si fa cinema e viceversa. Sulla forza del riscatto e della resilienza.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
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