"Red Eye non è un film sul terrorismo, ma un confronto tra l'universo maschile e quello femminile" – Incontro con Wes Craven

Sospesa a 9.000 metri d'altezza, su un aereo in volo tra New York e Los Angeles, una giovane donna si trova a dover affrontare le minacce di un terrorista, senza nessuna via di fuga. Wes Craven si allontana dal genere horror per dirigere un thriller ad alta tensione, più sofisticato ed "elegante".


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Signor Craven, lei ha sempre giocato con il genere del thriller reinventandolo continuamente. Quanto la divertiva l'idea di portare il suo cinema all'interno di uno spazio claustrofobico come l'aereo?

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Craven:  Questa sceneggiatura mi è arrivata dopo due anni e mezzo di duro lavoro su Cursed – Il malefico, quindi non avevo molta voglia di riprendere a pensare ad un altro film. Poi la mia produttrice Marianne Maddalena mi ha detto che ne sarei rimasto entusiasta e in effetti non appena ho letto la sceneggiatura ne sono rimasto affascinato, mi sono detto "Questo è il thriller che tanto aspettavo". Ho percepito soprattutto la sfida che il film mi poneva, perché l'aeroplano funge un po' da distillatore di quelle che sono le caratteristiche essenziali dei personaggi, che in uno spazio così limitato non hanno altro modo di agire se non quello di ricorrere a se stessi a quello che hanno interiormente a loro disposizione: Lisa non può chiedere aiuto a nessuno, non può fuggire da nessuna parte, deve trovare la forza in se stessa. Quindi mi chiedevo se sarei riuscito a mantenere l'attenzione di un pubblico e a tenerlo sempre sul filo con una storia che si sviluppa essenzialmente con personaggi che non si muovono da uno stesso ambiente. E questo grande interrogativo mi affascinava al tempo stesso.


 

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Il cast di questo film è composto per lo più di donne: da quella più simpatica a quella più antipatica, la bambina intelligente, l'eroina, che in effetti è una super-donna. La donna secondo lei è tutte queste cose?


Craven: Amo profondamente le donne. Ho perso mio padre quando avevo 4 anni, sono stato allevato da una madre vedova, quindi so per esperienza personale quanto siano forti le donne. Questa è la base storica del mio approccio al mondo femminile. Il loro arrivare ad avere un potere uguale a quello dell'uomo, a conquistare l'uguaglianza in questo periodo storico è un successo epocale; anche se in alcuni Paesi invece di andare avanti questo percorso lo si sta facendo all'indietro. Comunque sia c'è voluto molto tempo perché le donne riuscissero ad ottenere questo risultato. E poi c'è in questa mia visione femminile all'interno del film anche l'elemento classico della damigella in pericolo. Sappiamo che storicamente e fisicamente la donna è un po' più piccola dell'uomo e per questo è sempre stata vista come più debole. Ma oggi la donna è diventata anche fisicamente forte tanto quanto l'uomo.


 


Come mai il titolo Red Eye?


Craven: Il titolo è stato scelto dallo sceneggiatore e deriva dal fatto che negli Stati Uniti esiste un volo che collega Los Angeles e New York che viene preso da uomini d'affari che preferiscono partire dopo cena, arrivando a New York pronti per iniziare una nuova giornata di lavoro. Chiaramente però perdono molto sonno, quindi il risultato è l'occhio arrossato (in inglese appunto "red eye", ndr). Certamente sarebbe stato giusto riflettere sul fatto che senza una spiegazione chiara, il resto del mondo sarebbe rimasto un po' perplesso su questo titolo.


 


Il cinema americano sta mostrando una certa tendenza verso il remake di film horror giapponesi. Cosa ne pensa? Lei accetterebbe mai di farne uno?


Craven: La risposta più immediata potrebbe essere sì, anche perché l'ho quasi fatto. Quattro anni fa ho lavorato all'adattamento di un film di Kiyoshi Kurosawa che in inglese di intitolava Pulse. Ne avevo scritto la sceneggiatura e stavamo per iniziare le riprese, quando a cinque giorni dall'inizio lo studio cambiò idea e decise di non realizzare più il film. Da allora in poi mi sono occupato di Cursed – Il malefico, le cui riprese sono durate due anni e mezzo, e quindi ora come ora visto che i remake di horror giapponesi sono diventati quasi una moda io probabilmente non lo farei, perché non amo fare ciò che fanno tutti gli altri.


 


Rispetto ai suoi primi film, cosa è rimasto immutato oggi nel suo cinema oppure come è cambiato?


Craven: Beh ovviamente è passato del tempo e io sono diventato più anziano. Certamente oggi molte cose le comprendo meglio, in maniera più approfondita. È stato un piacere girare Red Eye, che inevitabilmente doveva avere un ritmo incalzante, molto forte, tanto da lasciare il pubblico senza fiato. Sono cambiato nel senso che ho maggiore comprensione di ciò che mi circonda, sono anche diventato più accomodante nei confronti della vita e allo stesso tempo più sofisticato, perché ho vissuto di più. E ciò che mi ha affascinato di questo film è proprio il fatto che non si trattasse di una paura fisica, quanto piuttosto di una paura emotiva, sensoriale. Per me questo non è un film che parla di terrorismo o di storie di aeroplani, io lo vedo più come uno scontro tra i sessi: c'è un confronto tra il modo di avvicinarsi alla vita dal punto di vista dell'uomo e dal punto di vista della donna. Probabilmente non avrei potuto realizzare Red Eye quando ero più giovane, perché  per poterlo fare ho avuto bisogno di avere una maggiore comprensione della vita, perché questo film ha molti aspetti psicologici molto potenti e molto sofisticati, molto sottili.


 


Ha abbandonato le maschere di Nightmare e di Scream per fornirci il volto rassicurante di un giovane, anche affascinante, che invece poi si trasforma in un mostro. Questa vuole essere la metafora di un terrorismo globalizzante davanti al quale ci stiamo trovando attualmente?


Craven: Indubbiamente all'inizio i personaggi indossano una maschera, anche se è una maschera psicologica, emotiva: Jack ad esempio finge di essere un uomo apparentemente normale. Quello che mi ha attratto in questa sceneggiatura è il fatto che qui abbiamo a che fare con un concetto astratto di maschera, che man mano cade per rivelarne un'altra e poi un'altra ancora. Nella seconda parte del film scopriamo finalmente chi sono veramente i personaggi principali: Jack non è realmente quello che ci era sembrato nella prima parte, ma neanche Lisa. Lei infatti è una giovane donna d'affari, che poi però rivela un'altra maschera, quella della sua vulnerabilità; poco dopo anche questa cadrà per fare posto ad un'altra maschera, quella della rabbia interiore, e poi alla fine quella della sua forza. Come dicevo Red Eye non è un film sul terrorismo. Il terrorismo è l'esempio più duro di come noi oggi ci mascheriamo dietro altri sentimenti. È giusto parlarne dopo i terribili fatti dell'11 settembre, ma ciò che mi ha portato a sviluppare questo film è in realtà il confronto tra l'universo femminile e quello maschile. Il personaggio maschile principale è in realtà un uomo per così dire all'antica, che ama le donne che fanno ciò che lui dice loro di fare; al contrario Lisa è una donna moderna che all'inizio forse mostra qualche paura nei confronti di Jack, ma poi lo scopre altrettanto vulnerabile ed è quindi capace di affrontarlo. Ma questo processo, di arrivare a rivelare se stessa, lo compie anche grazie all'aiuto di lui.


 


In questo orrore quotidiano che i media di tutto il mondo ci rimandano può avere spazio il genere horror?


Craven: Non ho mai pensato che ciò che viene trattato nei film dell'orrore sia poi diverso da ciò che noi vediamo nei telegiornali. È vero che c'è una grande abbondanza di eventi che possono avere in sé il germe per un film dell'orrore. Ma non trovo che questo sia demotivante; al contrario ho sempre pensato che i film appartenenti a questo genere trattassero di cose vere, che succedono intorno a noi, sia che succedano all'interno della mente umana che all'esterno, nel mondo fisico. Il film ha la capacità di dare una visione più ampia rispetto al singolo evento che viene commentato in televisione. Per me però il confronto tra Lisa e Jack è lo scontro tra una persona comune e un terrorista, e non ha niente a che vedere con quello che può essere uno scontro tra l'Islam e il cristianesimo o un qualcosa che ci possa riportare alla situazione mediorientale. Si parla di un qualcosa di più personale, su una scala più piccola che poi viene chiaramente ampliata dal grande schermo. La ragione che inizialmente mi ha portato ad affrontare questo genere cinematografico è che io stesso provavo orrore delle molte cose che avvenivano in giro per il mondo. Ritengo che i film dell'orrore continueranno sempre ad essere in fondo una rappresentazione speculare di ciò che avviene nel mondo reale.


 


Tra qualche giorno ci sarà una retrospettiva dedicata all'opera di Mario Bava. Cosa ne pensa di questo regista?


Craven: Mi devo scusare, ma anche questo fa parte dell'ironia della mia vita. Io sono stato cresciuto secondo i dettami di una religione (anabattista, ndr) che non consentiva di andare al cinema. Quindi fino ai venticinque anni circa non ho potuto vedere neanche un film. E l'ironia sta nel fatto che alla fine sono diventato io stesso un regista cinematografico. Confesso con molta sincerità che per questa ragione ci sono ancora molte lacune che devo colmare nella conoscenza di questo settore. Conosco molto bene l'opera di Dario Argento, ma sono felice di arricchire il mondo dei registi italiani anche con la conoscenza di altri autori. Per cui se mi consigliate i film da vedere di questo regista italiano che non conosco ne sarò lietissimo perché sarà un ulteriore arricchimento della mia conoscenza. E poi magari vi manderò anche una risposta via e-mail.


 

Nella sua carriera l'orrore ha avuto varie facce ed è sempre stato un po' catartico nei confronti di suoi traumi personali. Se oggi dovesse girare un horror vecchio stile, quale sarebbe la paura che non ha ancora esorcizzato e che porterebbe sullo schermo?


Craven: Probabilmente farei un film su un uomo che mi rassomigli un po', inseguito da cinque, dieci, forse anche cento benpensanti che hanno il potere di censurare la mia opera e che continuano a tagliuzzarmi il film dicendo che questa parte non va e quell'altra nemmeno. Senza dubbio saprete che negli Stati Uniti oggi c'è una forte censura, quindi parlando più concretamente si tratta di essere assediati da tanti conservatori che rendono sempre più difficile realizzare un film dell'orrore alla vecchia maniera. E forse questo è proprio uno dei motivi per cui oggi vedete così tanti film sui fantasmi: perché è un modo per mediare tra un film vietato e un film vietato ai minori di 13 anni. Questi conservatori benpensanti ritengono che i film horror vecchia maniera siano troppo sanguinolenti, ritenendoli un vero e proprio atto criminale, cioè qualcosa che possa essere soggetto a sanzioni legali. E questo non rende la vita molto semplice al vecchio film dell'orrore.


 


Le scene di lotta tra i due protagonisti sono girate con molta ironia, vediamo Cillian Murphy diventare quasi un puntaspilli, prima con una penna, poi con il tacco di una scarpa. Quanto di questo faceva parte della sceneggiatura originale e quanto c'è di suo?


Craven: Certamente la prima era nella sceneggiatura, e dimostra anche che la penna ferisce più della spada! Invece il tacco è stata una mia idea: quella mattina mi sono presentato sul set e ho chiesto che venissero fornite delle scarpe dal tacco alto perché immaginavo che avrebbero potuto essere una bella arma di difesa. Ma ci sono anche altri punti in cui io ho improvvisato man mano che il film andava avanti.


 


Cosa ne pensa del remake del suo film Anche le colline hanno gli occhi, che si sta girando in questo momento e di cui lei è peraltro produttore?


Craven: Il film è stato girato in Marocco, abbiamo terminato le riprese tre settimane fa. Io vedrò il primo cut a Parigi con il regista, Alexandre Aja.


 


Al momento in Italia abbiamo visto una sola opera di questo giovane regista, Alta tensione. Come è nato questo sodalizio?


Craven: Ho conosciuto Aja proprio vedendo Alta tensione, che mi è piaciuto moltissimo, anche se forse non tanto nel finale. Poi il mio agente mi ha detto di essere anche il suo agente e di essere interessato al remake del film Anche le colline hanno occhi. Quindi è stata una decisione abbastanza facile. Tra l'altro Alexandre Aja viene da una famiglia di cineasti perché anche i suoi genitori lo sono e c'è anche una felice coincidenza, perché lui stesso ha detto che Anche le colline hanno occhi è stato il primo film che ha visto, quando aveva 14 anni, con un suo caro amico, che tra l'altro è diventato anche un suo produttore, e che è stato proprio quel film che lo ha spinto ad entrare nel mondo del cinema. Abbiamo deciso di girare in Marocco perché aveva una notevole esperienza dell'industria cinematografica di quel Paese. Il film sta venendo molto bene, lo ha reso in molti aspetti un suo prodotto, non vedo l'ora di vederlo sul grande schermo. Inoltre proprio recentemente è stato affidato a questo giovane regista un altro nostro progetto che si intitolerà The Waiting (la cui uscita è prevista per il 2007, ndr) e si tratta di una storia di fantasmi. È una persona estremamente appassionata, che ha tutto un background nel settore.


 


Ci può anticipare qualcosa a proposito degli extra che troveremo nel DVD?


Craven: Io stesso mi sono sorpreso di quanto rapidamente abbiamo concluso le riprese di Red Eye, forse anche a causa della preoccupazione degli Studios per l'uscita di Flightplan, perciò hanno accelerato i tempi. Infatti gia tre settimane prima di finire Cursed – Il malefico siamo entrati nella pre-produzione di questo film. Ci sono voluti 47 giorni per sistemare tutto, con un editing, che io di solito effettuo in due mesi, concentrato in 5 giorni. Questo la dice lunga anche sull'ottimo rapporto che ho con il mio editor, ma, ripeto, io stesso mi sono sorpreso di quanto fosse breve questo film. Come ho detto prima ero interessato a mantenere un ritmo incalzante nella storia e quindi non volevo assolutamente filmare scene che non fossero utili alla narrazione: quindi nel DVD non troverete nessun'altra scena perché abbiamo usato tutto quello che ritenevamo utile. Addirittura avrei tagliato  qualche altro minuto, ma c'erano delle limitazioni contrattuali, lo Studio stesso si è meravigliato di quanto fosse breve questo film, che peraltro ha reso molto felici alcuni giornalisti che invece mi hanno ringraziato per aver realizzato un film veloce. La cosa che mi piace di Red Eye è proprio questa sua eleganza essenziale, questa sua semplicità nel portare a termine una narrazione: quando è finita, è finita.


 


Cosa ne pensa della proposta che è arrivata recentemente dagli Stati Uniti, dal suo collega Steven Soderbergh, di far uscire i film contemporaneamente al cinema, in DVD e sulla Pay TV per combattere la pirateria? Pensa che questa possa essere una giusta soluzione?


Craven: A questo proposito, come esempio, posso raccontarvi un aneddoto. Pochi giorni fa stavo andando a Bruxelles e una persona che stava viaggiava con me mi ha raccontato di essere stata avvicinata da un'altra persona che gli ha chiesto se voleva vedere Red Eye, che non era neanche in programmazione in quel Paese, e gli ha dato un cd che era stato realizzato tramite computer con delle riprese fatte in una sala cinematografica.


Forse avrete appreso che la Apple metterà sul mercato una nuova generazione di iPod che consentiranno di vedere anche film, poiché prevede di consentire il download sul tipo degli iTunes di segmenti di film o di episodi che possono essere scaricati il giorno dopo il loro passaggio in televisione. Questa è la strada verso la quale le varie tecnologie si stanno indirizzando. Sono d'accordo con Soderbergh che l'unico modo per contrastare la pirateria audiovisiva sia proprio quello di rendere il prodotto disponibile. E la tecnologia in questo ci aiuta.


 


Come mai il suo nome non figura all'interno del progetto "Masters of Horror"?


Craven: La ragione è molto semplice. Come ho già detto, per due anni e mezzo mi sono occupato di Cursed – Il malefico, quindi o ero chiuso in una stanza a scrivere oppure ero sul set per le riprese, che sono durate all'incirca 100 giorni; poi non avevo neanche terminato quello che ho cominciato subito Red Eye, quindi non ho avuto proprio il tempo per fare niente altro.


 


Lei crede ancora che il suo Paese dietro un bella facciata nasconda i suoi peccati sotto le scale, come in La casa nera?

Craven: Per il 50% della popolazione americana questo attuale governo non è certo fonte di grande gioia e soddisfazione. Peraltro non si nasconde neanche dietro una maschera, ma si palesa per quello che è. Io mi sono sempre interessato del fatto che l'America ha di se stessa un'immagine molto positiva: quella della famiglia felice, del sogno americano, quella di essere tutti buoni. Credo che tutti i Paesi abbiano in un modo o nell'altro una loro maschera. Forse gli Stati Uniti più di altri, ma è anche vero che questo continua ad essere un gran bel posto, perché è la gente che lo rende tale, almeno la stragrande maggioranza delle persone. Si tratta soltanto di leadership, ma non voglio entrare in questioni politiche. Certo, se mi chiedete qual è la mia più profonda paura dovrei essere sincero: George W. Bush. Però, grazie a Dio, ce l'abbiamo solo per altri tre anni.


La_stagione_2005/2006