Regina, di Alessandro Grande

Il film procede a sprazzi, racconta troppo o troppo poco, come se non avesse piena fiducia nel suo sguardo o nella forza del fuori campo. In Concorso al #TFF38.

Luigi e Regina, un padre ex-musicista e una figlia di talento che potrebbe diventare una cantautrice. Il padre stravede per lei, la sostiene nei piccoli concerti, pianifica incontri, provini, la possibilità di fare carriera. Poi un giorno, mentre i due stanno pescando in un lago, arriva la tragedia, e niente sarà più come prima.
La fonte d’ispirazione, per stessa ammissione del regista e sceneggiatore Alessandro Grande, è il saggio Il complesso di Telemaco di Massimo Recalcati. Ma che film vuole essere Regina? Un noir, un coming of age, un melodramma famigliare? Probabilmente un po’ di tutto questo, con il twist dell’incidente a interrompere la simbiosi intima e musicale tra padre e figlia raccontata nelle prime scene. In modo anche coraggioso il film abbandona presto tutta la componente musicale che sembrava aprire a sfumature liriche, adolescenziali, per intraprendere un sentiero drammatico freddo, ossessivo, in un’ambientazione calabrese indefinita e spiazzante.

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L’iperrealismo iniziale di set e illuminazioni suggeriscono un immaginario pop che l’opera presto abbandona per un taglio ruvido, scattoso, eppure fin troppo scritto e pensato. Il film procede a sprazzi, racconta troppo o troppo poco, come se non avesse piena fiducia nel suo sguardo o nella forza del fuori campo. Regina denuncia ad esempio una strana fretta di liberarsi delle sue proprie immagini, dei personaggi secondari, delle situazioni e degli ambienti. Questo anche perché la macchina da presa dell’autore trentasettenne, premiato due anni fa con il David di Donatello per il cortometraggio Bismillah, appare incerta se filmare i paesaggi, gli interni, i movimenti dell’adolescenza, la violenza di una storia di perdenti. Poteva forse venir fuori un film onirico sulla paranoia e sui tormenti dei sensi di colpa, ma per farlo servivano più tenebre e un itinerario meno “narrativo”. Tocca allora alla giovane Ginevra Francesconi “salvare” il film. O meglio sorreggerlo con la sua presenza scenica, la fragilità del volto, degli occhi, del tono di voce. Nel suo pedinamento, nei suoi primi piani il film trova attimi di spontanea verità. E ne avremmo voluti di più.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (15 voti)
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