Registi Fuori Dagli Sche(r)mi: “un laboratorio in divenire”. Incontro con Luigi Abiusi

Registi fuori dagli sche(r)mi. Giovedì 25 febbraio al Cineporto di Puglia/Bari (e in streaming nei Cineporti di Lecce e Foggia) si inaugurerà la 5ª edizione della rassegna diretta da Luigi Abiusi (critico cinematografico e letterario, direttore di Uzak.it) e prodotta da Apulia Film Commission. Una buona occasione per incontrare il direttore artistico e fare il punto su una manifestazione sempre più consolidata, che pian piano sta assumendo le fattezze di laboratorio in divenire dove sperimentare nuovi modi di incontrare il pubblico. Nuovi modi di guardare attraverso il cinema. Iniziamo, allora.

 

Torna la rassegna Registi fuori dagli sche(r)mi, arrivata quest’anno alla quinta edizione, una bella consuetudine che ormai rivendica una sua “storia”. Vorrei che ci illustrassi brevemente gli elementi di continuità e le novità rispetto al passato. Come si è evoluto il vostro lavoro in questi anni?

Quest’anno RFDS prende le sembianze di un laboratorio in divenire: mi piace questa parola, che mi riporta, proprio in termini di approccio alle cose, a Nietzsche e Deleuze. Già dal principio, da quando mi si commissionò la cosa (partendo dall’omonimo libro Il film in cui nuoto è una febbre. Registi fuori degli sche(r)mi), la pensai come uno spazio seminariale, di discussione intorno alle poetiche: ecco perchè elemento fondamentale, insieme all’intervento diretto degli autori, era l’apporto di vari critici, con la loro visione, via via, sul regista di turno. Ora la rassegna si dilata nel tempo (ma anche nello spazio, visto che riguarderà, con interventi diretti dei protagonisti, i tre plessi, cineporti, dell’Apulia Film Commission: Bari, Lecce, Foggia), partendo da Febbraio e arrivando fino a Novembre: ecco allora la natura laboratoriale, in fieri di RFDS.

 

11minutes

11 Minutes, di Jerzy Skolimowski

 

Iniziare con Jerzy Skolimowski, a pensarci bene, è una scelta molto coerente che nasconde una fertile valenza provocatoria: 11Minutes è forse l’opera definitiva sulla “esplosione” del film-tradizionale negli infiniti schermi della convergenza mediale attuale. Un film che costantemente ripensa il Cinema e lo mette in discussione. Ci hai pensato quando avete deciso di proporlo proprio in apertura di rassegna?

Certo. Volevo un film di questo tipo per mettere in chiaro, come dire, il filo conduttore di questo laboratorio: in questi ultimi anni ho visto cose mirabili che facevano i conti con il vedere, i meccanismi del vedere, la sua destrutturazione: da 4:44. Last Days on Earth di Ferrara, a Holy Motors di Carax, a Stray Dogs di Tsai Ming Liang, The Canyons di Schrader. E credo che questo 11 minutes, sia, insieme proprio a Stray Dogs, il film più estremo uscito su questa questione: anzi, è interessante rilevarne l’antitesi, in termini formali, proprio rispetto al film di Tsai, pur indagando la stessa carnea, corporale fantasmaticità del cinema: estrema frammentazione, tecnicizzazione dell’audio-video, a fronte di piani sequenza oltranzisti, monolitici di Stray Dogs, nell’illusione di poter arrivare all’immagine ferma, eterna.


Poi resta tutta la carriera di Skolimowski: ecco perchè la serata del 25 febbraio sarà un vero e proprio tributo a uno dei più geniali registi in circolazione. Ripeto, 11 minutes è avanguardia: bisognerà farci i conti negli anni a venire.

 

abiusi

Luigi Abiusi insieme a Franco Maresco nell’edizione 2015

 

Il tuo impegno nel mostrare un cinema “invisibile” al grande pubblico (spesso confinato alle nicchie di addetti ai lavori nei grandi Festival o in quelle della nuova cinefilia sciolta nelle odierne piattaforme on-line) affiancandolo ai diversi approfondimenti degli ospiti, è secondo te un atto critico che si rende sempre più necessario? Come vedi il futuro del Cinema che persiste al di là del Grande Schermo?

Secondo me È l’atto critico. Se penso al lavoro di gente come Ciro Giorgini, Roberto Turigliatto (che tra l’altro sarà uno dei critici a dialogare con Skolimovski il 25; gli altri saranno Margherita Furdal che ha scritto un libro magnifico su Skolimowski, proprio insieme a Turigliatto, e Lorenzo Esposito), ovviamente Enrico Ghezzi (non a caso molti di questi poi confluiti nell’esperienza fondamentale per la cultura, e non solo cinematografica, in Italia, qual è “Fuori Orario”), Roberto Silvestri, ecc., dico, se penso al loro lavoro, ne deduco che s’è trattato e si tratta di un uscire dalla nicchia, un condividere l’enorme patrimonio dialettico custodito in certe visioni, accompagnandolo proprio con il discorso sul cinema, neppure uno spiegare il cinema, quanto un reinventarlo. Ancora adesso, quando si sente parlare Enrico, anche quando si sta tra amici a bere una cosa, si comprende come il cinema sia un pretesto (di reinvenzione della visione e di sé) per andare altrove e cioè ritornare al cinema e alla vita. Un’esperienza (nel quotidiano) innervata dal cinema (ma anche dalla musica, dalla letteratura, ecc.); esperienza condivisa con “la comunità”: questo credo sia il sogno di molti di noi che si occupano ancora di cinema e di scritture intorno ad esso: il che mi pare una prospettiva radicalmente politica, l’unica possibile.

 

Non posso non chiederti qualche anticipazione ulteriore su questa quinta edizione: su quali aree geografiche vi state muovendo? Quali sono le vostre aspettative immediate?

Nomi non ne faccio [sorrido], anche se ce ne sono già. Mi piace cavalcare questa costituzione metamorfica che RFDS ha assunto, e quindi annunciarli di volta in volta. Ma vorrei aprire anche un ampio spiraglio sul cinema sommerso italiano, tra documentari, opere prime ecc.. Poi negli ultimi tempi ho visto cose splendide di area alonsiana (visto che mi chiedi di “aree”) e/o serriana: ad esempio uno spagnolo passato a Locarno quest’anno, che trovo straordinario. Questo è: risalire al suo nome non dovrebbe essere così difficile.