Renato Nicolini, l’intellettuale 2.0… La nascita del cinema, e della cultura, condivisa (e orizzontale)


Oggi che Renato Nicolini ci ha lasciati, noi di Sentieri selvaggi abbiamo provato a raccogliere le prime briciole di un lavoro necessario a restituire al nostro Paese una fetta di storia del nostro cinema unica. Anticipiamo l'introduzione di Federico Chiacchiari allo speciale su Renato Nicolini del nuovo SSMagazine n.03, scaricabile gratuitamente QUI

Renato NicoliniL'estate, e il gusto di non fare niente che porta con sé…

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Sono circa dodici anni che, per Sentieri selvaggi, conduco un corso chiamato “Scrivere sul cinema”, che nella sua idea dovrebbe essere un corso di critica e giornalismo cinematografico. Da dodici anni ogni anno mi trovo di fronte studenti con una cultura variegata, di provenienza più o meno universitaria, più o meno Dams, più o meno facoltà di Storia del cinema o dello Spettacolo. E ogni anno inizio il mio corso (che peraltro non conduco in solitudine ma in bella compagnia di altri cari selvaggi…) provando a raccontare alle generazioni di oggi una pagina importante del cinema italiano, e della cultura italiana, ovvero quella che amo definire “la stagione dei cineclub”, che parte dai primi anni ’70, si sviluppa nel tessuto vivo delle metropoli di quegli anni, fino ad esondare nella grande città vivente che fu Massenzio e l’Estate Romana. Ed eccomi ogni anno a parlare ai ragazzi di Enzo Ungari e Renato Nicolini (solo per citarne due, forse i più estroversi e rappresentativi, di un movimento che fu davvero “orizzontale” e diffuso)… Ebbene di queste storie, di come in Italia in quegli anni si fece cinema con le pratiche del consumo, attraverso il corpo dello spettatore, qualcosa che nella Storia del Cinema è importante almeno quanto le avanguardie russe, l’espressionismo tedesco e la nouvelle vague francese… Ecco di tutte queste storie e di questi magnifici intellettuali (come Bruno Restuccia, Alberto Abruzzese, Alberto Farina, Roberto Silvestri, Giancarlo Guastini e tanti altri…) non vi è traccia nel “sapere” delle nuove generazioni, e anche in quelle più vecchie. Non esistono corsi di cinema, non esistono libri, non esiste quasi traccia di una delle pagine più importanti della cultura italiana del Novecento!!! Bisogna andarsele a cercare le informazioni, in ritagli di giornali, in libri esauriti da venti trent’anni, e anche in quell’immenso deposito della memoria collettiva che è Internet, c’è poco, e a volte anche fuorviante….

 

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Quello che andrebbe fatto, oggi, con urgenza, perché ancora abbiamo i protagonisti/testimoni diretti di quegli anni, è una vera opera di ricostruzione, di una fase del cinema italiano che fu tra le più avanzate e all’avanguardia, forse una delle poche epoche in cui nel nostro Paese (con il Neorealismo) si produsse cultura cinematografica all’avanguardia ed esportabile nel mondo.  E’ una stagione che chiaramente subisce l’influenza del sussulto del sessantotto, ma che negli anni settanta sa traslocare dal rifugio delle ideologie per scaraventarsi dentro un lavoro sul campo, sulle pratiche della visione, originale e rivoluzionario. Perché in quegli anni si cambiò il modo di vedere il cinema. E’ lì che nacque un nuovo spettatore, più colto e smaliziato, affamato di cinema, è da lì che nacquero quei “mangiatori di cinema” (magnifica espressione di Enzo Ungari) che poi per alcuni anni dalle cantine dei cineclub seppero arrivare alle grandi piazze delle città, ai Festival di Cinema, persino ad alcune trasmissioni televisive (pensiamo alle maratone di enrico ghezzi  su raitre, degne eredi delle maratone nate con L’Occhio, l’Orecchio e la Bocca, e proseguite a Massenzio ).

 

Oggi che, in piena estate (in quale altro periodo poteva scegliere di andarsene?), ci ha lasciati, non senza il nostro sgomento, Renato Nicolini, noi di Sentieri selvaggi abbiamo provato a raccogliere le prime briciole di un lavoro necessario a restituire al nostro Paese una fetta di storia del nostro cinema unica, che ha influito sui consumi di culturali di massa molto più di tutti i “grandi autori” del cinema di quegli anni. Nicolini, nel suo libro/biografia culturale “Estate Romana  1976-85 un effimero lungo nove anni” indicizza in un quasi decennio questa straordinaria stagione intellettuale,  certo rinchiudendola sulla sua autobiografica carriera di assessore alla cultura, ma intanto cominciando a porre la questione che, tra l’inizio degli anni settanta e la metà/fine degli anni ottanta, maturò una riflessione intellettuale sulle materialità della cultura, sulle dinamiche della città, che non restò chiusa nei libri o nei convegni – anche se qualche traccia in giro la si può trovare, in particolare nei lavori di Alberto Abruzzese – ma si espose nelle pratiche del fare, dell’esplosione delle idee che diventavano “cose”, da consumare per tutta la città.  La critica, e la cultura in generale, non era più fatta (solo) di scritture, di saggi e riviste (che anzi chiusero per scelta, come Cinema e Film). Far vedere i film, quali come dove e quando (e quanti e in quanti…) diventò in quegli anni il nuovo modo di fare critica cinematografica, con il cinema che letteralmente usciva fuori dalla pellicola, per innestarsi in pratiche di consumo culturale inedite e stratificate culturalmente. “A Massenzio lo spettacolo, offerto quasi al suo “grado zero”, era assolutamente secondario rispetto al pubblico. Erano le diverse motivazioni del pubblico che finivano per dare spettacolo. Perché le “offerte” potevano essere lette secondo codici diversi” ha scritto proprio Nicolini, che più di tutti ebbe un merito straordinario, ovvero quello di sapere cogliere sul momento questo fermento e trasportarlo dentro le iniziative istituzionali del più importante comune d’Italia, Roma. E così avvenne che grazie a questo splendido giovane architetto, dal sorriso indimenticabile e dalla cultura aperta e complessa, capace di mescolare allegramente alto e basso (e fragile…) del cinema del teatro, della musica, della poesia, della danza, ecc… tutto questo movimento, ebbe la possibilità di manifestarsi in iniziative culturali pubbliche e di massa, come non ce n’erano mai state fino ad allora, né in egual misura ce ne furono successivamente. Dove la città, il recupero dei centri storici da parte dei cittadini, il consumo di manifestazioni culturali che provenivano da chi aveva operato in quegli anni nei circuiti alternativi, l’orizzontalità delle visioni del cinema alto/basso, la moltiplicazione degli schermi e degli sguardi possibili, erano tutte pratiche di una moderna “condivisione di massa”, avvenuta prima di Internet, prima dei Social Network e delle culture 2.0 del nuovo millennio…

 

massenzio 1981E così l’Estate Romana rimane, magnificamente e nostalgicamente, un “periodo specifico della Storia del Cinema, come l’espressionismo tedesco o la novelle vague francese”, per citare la celebre definizione di Paul Schrader critico sul cinema noir americano (si trova in Notes on film noir, Film Comment, 1972).  Oggi restano ancora delle tracce di quel fortunato periodo, e non soltanto nelle tante manifestazioni che affollano le estati delle città italiane (anche se spesso finite nelle mani di abili imprenditori politici, più interessati a difendere certi orticelli che a sperimentare pratiche culturali innovative…).

La scomparsa di Renato Nicolini è forse l’occasione per mettere mano a quest’opera di ricostruzione e di “risarcimento” culturale. Possiamo essere orgogliosi di aver vissuto quella stagione esattamente come lo sono i francesi con la Nouvelle Vague, cui non finiscono mai di ispirarsi e di omaggiare. Stagione il cui prodotto “cinefilo” non fu solo Nanni Moretti, ma anche i grandi sperimentatori come Alberto Grifi, e i tanti misconosciuti avanguardisti del videotape di quegli anni.

 

Una manifestazione, più di altre, mi piace infine ricordare. Era l’ottobre del 1982, al Centro Palatino un gruppo di pazzi meravigliosi che si erano chiamati Cooperativa Missione Impossibile, organizzò quella che forse fu la rassegna cinematografica più teoricamente avanzata di quegli anni: “Ladri di Cinema”. Venivano chiamati “alla sbarra” i grandi cineasti del tempo a confessare i propri furti, le proprie spudorate rapine sui film che avevano amato, e perciò saccheggiato. Vennero, tra gli altri, Elia Kazan Wim Wenders, Otar Ioseliani, Michael Cimino, Bernardo Bertolucci…. Proprio quest’ultimo, in una serata indimenticabile, ci mostro le sue immagini rubate, il magnifico “piacere” di Max Ophuls. E subito dopo, con una copia privata che veniva direttamente dalla Francia, potemmo assistere alla proiezione “proibita” di Ultimo tango a Parigi!. Dalle denunce che seguirono quella splendida notte di cinema rubato, si arrivò a un processo che finalmente riabilitò il capolavoro di Bertolucci e lo rese di nuovo visibile e fruibile per il pubblico italiano. Dietro l’anima degli organizzatori, Marco Melani, Francesco Dal Bosco, Fabrizio Varesco, Stefano Consiglio, Daniele Costantini, c’era sempre il sorriso beffardo e sornione di Renato Nicolini…

 

La cultura – per esprimere tutta la sua ricchezza – deve uscire dalla limitazione dell’essere valore d’uso. Paradossalmente, non deve servire a nulla e nessuno…come ha detto poeticamente Hugo Pratt- è il desiderio di essere inutile…è l’immaginazione del diverso possibile, la garanzia di non scambiare l’esistente per l’eterno

Renato Nicolini

 

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #8