Rendez-vous 2018 – Bruno Dumont e la sua Jeannette, l’enfance de Jeanne D’Arc

La proiezione di Jeannette di Bruno Dumont lascia un giudizio lontano dall’unanimità di consenso ma rispondendo alle domande degli spettatori, anche di quelli più critici, il regista non si scompone, probabilmente consapevole che opere di natura sperimentale come la sua sono giocoforza destinate ad aprire un dibattito, che poi sarebbe niente altro che un sigillo del suo valore culturale. Considerato uno dei visionari francesi della settima arte, accostato ad una figura come Bresson, Dumont ascolta di buon grado le impressioni, tenta di sciogliere i dubbi o semplicemente prende atto di una diversità di vedute che non lascia niente da eccepire se non la constatazione di una distanza.

Nel caso dell’uso della musica per affrontare la sacralità di Giovanna D’Arco con un musical c’è qualche prima obiezione ed il regista pazientemente cerca di spiegare alcune scelte: Ci sono 10000 modi diversi di raccontare il sacro, può essere il silenzio, ma anche essere la musica, io in questo caso ho scelto di utilizzare la musica, ma in passato in altri miei film ho scelto di farne a meno, nel senso che non la ritengo sempre uno strumento essenziale nel cinema. Ma in questo caso ho optato per la musica, le cose che Jeannette dice sono molto complicate, se non ci fosse la musica sarebbe assolutamente insopportabile.Secondo Dumont ci sono delle analogie tra un trip mistico e quello indotto dalla musica elettronica, che ha il grande vantaggio di essere facilmente comprensibile ed insieme alla danza è utile per semplificare i concetti. I testi sono basati sui versi del poeta dei primi del Novecento Charles Péguy, scritti d’epoca di difficile decifrazione che con la musica possono diventare meno ermetici, più accessibili, lasciando inalterato il valore dei quesiti importantissimi di cui il testo si fa portatore. “Non ho voluto utilizzando la musica sminuire la difficoltà di questi testi, anche perché alcune delle domande che lei si chiede, come ad esempio quella sulla dannazione, perché alcune persone sono dannate ed altre no, sono domande difficilissime di cui non abbiamo risposte… Non bisogna per forza rendere le cose semplici, quelle domande ho fatto in modo che Jeannette se le ponesse con tutta la loro profondità, con la loro oscurità, con il loro mistero, però ho utilizzato l’espediente delle canzoni per avvicinarci un po’ di più a questo. Noi tutti andiamo incontro a dei momenti difficili, a delle domande difficili, che dunque non vanno evitate“.

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La complessità ed il mistero racchiusi nella figura dell’eroina francese sono i cardini dell’intervento di Dumont, concetti da avvicinare con consapevolezza e rispetto, ed il cinema è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per esplorare i tanti misteri dell’esistenza: per la natura profondamente filosofica che lo connota, può avvicinare all’incomprensibile, proprio come succede nel film, ma senza avere pretesa di capire o spiegare nulla ma lasciando alle immagini la possibilità di esprimere il mistero. Il Cinema è l’arte dello spettatore. Questo film per me è un mistero. Ho proprio filmato, ho cercato di riprendere il mistero della conversione di Giovanna D’Arco. Ho voluto con questo film avvicinarmi molto alla piccola Jeannette per cercare di percepire almeno un po’ di mistero di questa ragazzina ordinaria che poi diventerà la figura più straordinaria e più graziosa della storia dell’Occidente. Per me resta un mistero, molte delle cose che lei dice non le capisco, ma questo non mi ha impedito di riprenderle e di filmarle, avevo proprio intenzione di riprendere un mistero. Non ho cercato di filmare la grazia, ho cercato di filmare lei che cerca di arrivarci, il resto spetta poi allo spettatore, che contribuisce a vedere delle cose che io non vedo, il mio lavoro si ferma prima e forse è anche più modesto rispetto a quello che poi fate voi dopo, io mi sono limitato a filmare.”

L’ordinario che diventa straordinario è l’altro tassello importantissimo del film. Giovanna D’Arco, la ragazzina addolorata dalle sofferenze di tante persone, arrabbiata per quella che percepisce come un’assenza del divino, decide di farsi carico di un’intera nazione per riscattarne l’anima ferita diventando uno dei simboli dell’Occidente, rappresenta questo passaggio da un normale decorso della vita dove crescono i germi di storie imperfette destinate nel tempo ad arrivare alla perfezione. E per restare nell’ordinario può tornare molto utile scegliere di assegnare dei ruoli a dei non professionisti, come proprio Bresson era solito fare, cercando di liberare le capacità ed i talenti di questi personaggi. Mi piacciono molto gli attori amatoriali, che appunto non fanno una cosa di professione o che non la fanno molto bene, perché in loro c’è sempre una grande fragilità, e anche la bambina che interpreta Jeannette non è che canta e balla sempre bene, ci sono dei momenti in cui non è così brava. Non canta in playback, lei canta dal vivo, ci sono tante piccole imperfezioni, si sente il battito del cuore, si sente il microfono che gratta sul costume, si sente il vento. È giovane, umana, imperfetta perché non canta e non balla alla perfezione, è comunque in contatto con Dio e ci porta verso la grazia, questo rappresenta proprio la nascita dell’arte”.

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La figura di Giovanna D’Arco è anche l’occasione di interpretarne le gesta in chiave attuale, restituendole una temporalità che già dal paesaggio il regista aveva voluto sottrarre, immergendola in un’atmosfera sospesa, intrisa di humour per non pontificare l’argomento religioso e smorzarne la solennità, evitando i rischi di mettersi su un piedistallo per impartire lezioni. Un collegamento tristemente rintracciabile è quello con tanti nefasti epigoni: Il personaggio di Jeannette è al contempo straordinario ma anche folle, possiamo definirla un’invasata, dal punto di vista religioso, oggi ne esistono tanti al mondo. Lei poi diventa una guerriera, una persona che è disposta in nome di Dio a scendere in guerra, prendere la spada ed entrare in guerra, ed è una strada che in tanti purtroppo stanno intraprendendo. Meglio è raccontarlo al cinema in questa maniera, questo film e il cinema possono servirci raccontando una guerriera di tanti anni fa a premunirci ed evitare che queste cose succedano”.