Rendez-vous 2018 – Claire Denis ci racconta L’amore secondo Isabelle

“Fare film è un lavoro importante, è meglio restare focalizzati sul proprio mestiere, quando si è dei filmmaker: ed è per questo che, in tutta sincerità, non ho interesse alcuno in quello che possa dire o non dire Thierry Frémaux, o il festival di Cannes“. Raggiungiamo telefonicamente Claire Denis mentre si sta spostando in macchina per le strade di Parigi, lontana suo malgrado da Roma dove il suo ultimo L’amore secondo Isabelle è in questi giorni al festival del Nuovo Cinema Francese, in anteprima sull’uscita in sala italiana prevista per il 19 aprile, dopo la vittoria del Prix SACD proprio alla Quinzaine 2017.
La cineasta mostra da subito il carattere tagliente, come l’anima più ruvida del suo cinema (quella magari musicata dai Tindersticks…), alla nostra imbeccata sulle polemiche tra la Croisette e la stampa, lo streaming, i selfie ecc, ma si scioglie al ricordo della lavorazione alla sequenza finale di Isabelle, il cui titolo originale è Un beau soleil interieur.

Quel lungo confronto tra Juliette Binoche e Gerard Depardieu al buio, che continua per tutti i titoli di coda, ci sembra una sequenza di assoluta potenza che fornisce anche una chiave per leggere il film, ma che ci viene data solo in chiusura…

Gerard è in quella scena un Platone nella caverna: la fonte della luce, la vera uscita, è infatti alle sue spalle, dietro di lui. Quella sequenza conserva ancora qualcosa di misterioso per tutti noi: credo fosse la volontà di Depardieu, che ha chiesto da subito di poterla girare in 2, 3 ciak al massimo, durante un’unica giornata di lavorazione. Questo ha dato da principio un senso di urgenza alla scena, nessuno sapeva realmente come sarebbe andata, non solo Juliette ma anche l’intera troupe, e anche al montaggio di fatto non sapevamo realmente cosa avessimo tra le mani e come catturare nella maniera più efficace questo loop che continua ad andare avanti e indietro ad ondate magnetiche senza fine apparente, con cui Gerard cerca di attrarre a sé Juliette. Tutto è interno nel film tranne la luce, che deve per forza venire da fuori, per questo Depardieu in quel lungo dialogo continua a spingere la donna ad aprirsi, per farle entrare il sole dentro. Ma credo che lui lo dica anche in maniera egoistica, perché vuole aprire una porta prima di tutto per se stesso, come se solo lui possa essere davvero il “bel sole interiore” da far entrare dentro di lei.

Il titolo originale del film specifica chiaramente d’altronde quell’interieur che è probabilmente una cifra fondante di tutto il tuo cinema, che sembra costantemente svolgersi in una dimensione sospesa in cui non capiamo mai con precisione se quello che avviene sia reale o solo sognato, che cosa ci sia là fuori, giorno o notte, luce o buio. In questo L’amore secondo Isabelle ci pare avere più d’un punto in comune con 35 Rhums

Non sei il primo a notare questo parallelismo, i due film hanno d’altra parte quantomeno lo stesso montatore, Guy Lecorne. Io racconto sempre di come già al momento della scrittura io venga puntualmente colpita da questa strana percezione dello spazio, interiore, esteriore, giorno o notte… quando scrivo la scena per me è importantissimo sapere dall’inizio se è giorno o notte, o se siamo in interni o esterni, è una scelta di scrittura che non arrivo mai, per nessun motivo, a modificare sul set, nemmeno se le location potrebbero poi effettivamente richiederlo, o se magari si mette a piovere. Questo si vede chiaramente in un altro film molto vicino a Isabelle, che è Beau Travail, il quale come questo parla del bisogno estremo d’amore. Beh, l’amore rimane il nostro bisogno più importante, non credi?

Assolutamente. Ecco, in questa sua ricerca d’amore Isabelle è spesso in silenzio di fronte a questi interlocutori che le vomitano parole addosso, ma la mdp rimane sul piano d’ascolto della donna. Per tutto il film c’è un intero livello dall’altra parte dell’immagine, al di fuori dell’inquadratura, che assume un’importanza quasi superiore a quanto invece ci viene concesso di vedere, il fuoricampo ha una forza grandissima di cui rimangono solo delle tracce, come succedeva ad esempio anche in Les Salauds

E infatti nell’unica sequenza in cui Isabelle è per la prima volta lontana dalla città, quando accetta l’invito a passare il fine settimana in campagna, in quello che è forse l’unico totale dell’intero film all’improvviso si mette ad urlare contro il paesaggio, la natura, la bellezza delle passeggiate nei campi, come se trovasse completamente intollerabile la vista di questa bellezza là fuori. Questo è perché lo spazio interno dei personaggi è quello che definisce realmente la dimensione dell’immagine, la distanza dagli altri, non abbiamo mai inquadrature oggettive o viste da lontano, i personaggi vivono unicamente all’interno del proprio spazio, le immagini non raccontano mai davvero cosa stia succedendo all’esterno ma sono unicamente uno schermo delle emozioni, delle mie emozioni.