Rendez-vous 2019 – “Il cadavere squisito del cinema”. Incontro con Louis Garrel

Venerdì 5 aprile già dalle 21 la hall del Nuovo Sacher, la celebre sala di Nanni Moretti che da un paio di anni ospita stabilmente i Rendez-Vous del Cinema Francese, è già affollata. L’evento è la proiezione de L’homme fidèle di Louis Garrel, cui segue il dibattito con l’autore e la protagonista Laetitia Casta. Se non l’evento più prestigioso della manifestazione, che avrà nei prossimi giorni l’ospite d’onore Jacques Audiard, di sicuro il più glamour e attira-folle.

Folle non propriamente mansuete visto che il sold out genera scene di panico e minacce ai giovani addetti di sala: “Io da qui non mi muovo!”, grida una signora sul piede di guerra. Il film sarà nei cinema dall’11 aprile, ma lei è lì “per vedere Garrel”. Alla fine si rassegna, il pubblico entra finalmente in sala, la hall pian piano si svuota per riempirsi nuovamente poco prima delle 23, quando Garrel e Casta fanno il loro ingresso per le foto di rito e il dibattito.


Durante la proiezione gli spettatori hanno riso di fronte agli imbarazzi di questo maschio in crisi strattonato da due donne forti e Garrel, dal palco, assicura che quello è forse l’aspetto più autobiografico dell’opera: “Sono sempre stato circondato da donne forti, a cui guardo come modello e a cui chiedo sempre consiglio”.

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La prima curiosità è quella della scelta di uno sceneggiatore di fama ma anche molto agé, come Jean-Claude Carrière. Un mito personale con cui sognava di lavorare fin dall’età di quattordici anni. “Lui mi aveva già dato dei consigli per delle scene del mio primo film (Les deux amis, ndr) ed era interessato a lavorare con me in questo mio doppio ruolo di regista e protagonista, perché i suoi esordi erano stati con Pierre Étaix, il comico e clown francese. Io gli ho portato una pièce di Marivaux, La seconda sorpresa dell’amore, storia d’amore tra una vedova e un uomo tradito. Poi mi sono reso conto che era molto simile al soggetto di Silver Lining Playbook…chissà se anche David O. Russell ha letto Marivaux…

Dopo abbiamo lavorato con la tecnica del cadavre exquis (il gioco surrealista di comporre frasi in cui ogni persona scrive un segmento) cercando di sorprenderci a vicenda nella scrittura delle scene. Lui è venuto fuori con quella prima scena, che già pone la storia in medias res, ed era quello che cercavo perché mi sembrava che l’inizio del mio primo film fosse invece troppo lungo. Dopo abbiamo proseguito così, rilanciando continuamente le nostre idee. Jean-Claude era attratto soprattutto dalle idee che non aveva mai sperimentato, come per esempio le tre voci over.

Anche la piccola trama parallela del film, quella dell’indagine portata avanti dal piccolo Joseph e su cui si innesta la complicità del bambino con il personaggio di Garrel, nasce così, da una frase scritta quasi per caso: “È stata la mamma ad uccidere papà. L’ha avvelenato”. Data questa prima battuta, abbiamo continuato a costruirci sopra delle scene.

In effetti, gli chiediamo, il lavoro con il piccolo Joseph – come da grande tradizione del cinema francese – è uno degli aspetti più riusciti del film. Benché il suo personaggio ammetta di non saper trovare la giusta misura nel rivolgersi a un bambino, da regista sembra esserci riuscito perfettamente. Garrel ammette di aver avuto timore dei bambini fino a un certo momento della sua vita, di esserne stato in qualche modo intimidito. Ma che ora va meglio e il lavoro con Joseph, nella vita figlio del regista Jacques Audiard, non è stato poi troppo complicato. “Gli spiegavo le scene, il senso di quello che stava succedendo nella trama, preoccupato del fatto che a 8-9 anni non potesse comprendere bene certi meccanismi sentimentali e sessuali. Ma mi sono resto conto che a in effetti, a quell’età, si ha già una consapevolezza della sessualità. E lui si è trovato molto bene, soprattutto nelle scene di manipolazione”.

Garrel restituisce l’idea di un processo filmico molto fluido, quasi guidato da un hasard marivaudiano/rohmeriano, dove molti riferimenti contenuti nel film nascono da suggestioni inconsce: “È vero che c’è qualcosa delle Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, ma l’ho notato soltanto alla prima proiezione su grande schermo. A volte è difficile rendersi conto di tutto quello che ci influenza, che leggiamo, che vediamo o ascoltiamo e che poi finisce nella scrittura. So per certo che questo film è stato molto libero, soprattutto in fase di scrittura, perché non avevamo ancora un produttore e quindi eravamo davvero senza paletti.

La libertà a volte si traduce in un allontanamento dalla realtà circostante. Che rapporto ha con la contemporaneità? La risposta è molto sincera: “Questo per me sta diventando un problema. Io ho sempre avuto un rifiuto per il naturalismo al cinema ma è vero che in questi tempi di gilets jaunes inizio a farmi delle domande su come inglobare il presente nei miei racconti. Visto che siamo qui con lui, posso dire che una delle cose che ho sempre ammirato nel cinema di Nanni è proprio il riuscire a raccontare il suo Paese, anche negli aspetti più brutti, senza mai rinunciare al senso del cinema”.

A questo bisogno di libertà formale e creativa, Garrel oppone però “la regola del 35 mm” per “rimanere concentrato, non sprecare tempo, idee e soldi al momento delle riprese. Ho notato che questa concentrazione che la pellicola mi impone si riflette poi sul cast e la crew”. La tecnica è l’unico aspetto del suo cinema su cui parla con il padre, Philippe Garrel: “Siamo profondamente diversi nel modo di approcciare il cinema. Una volta ho letto in un libro di Chabrol che i cineasti si dividono in poeti e prosatori: mio padre è sicuramente un poeta, io sono più per la prosa. Però mi piace avere con lui un confronto su questioni meramente tecniche, è un modo per condividere una passione senza entrare troppo sul personale”. 

Louis Garrel in “Les baisers de secours”, di Philippe Garrel,1989

Da Philippe, Louis eredita certo l’idea di un set che mescoli l’arte e la vita, dove la famiglia reale e quella cinematografica si fondono. Dirige qui per la prima volta sua moglie, Laetita Casta, e a chi gli chiede come si faccia a scindere il privato dal lavoro in un ambito così delicato, lui risponde che ha debuttato a soli sei anni su un set (Les baisers de secours, ndr), in cui “mio padre era il mio vero padre, mia madre era la mia vera madre, poi c’era la sua nuova compagna…mi sono abituato in fretta”.
Per Laetitia, invece, il timore c’era. “Soprattutto si lavorava 24 ore su 24 perché se gli veniva un’idea la provavamo in quello stesso momento e non era necessariamente un momento lavorativo. Più che altro ho avuto paura una volta che le riprese erano terminate. A film finito, temevo che, nel condividerlo col mondo, qualcosa di noi volasse via”. 

Tra aneddoti divertenti, come quello sul grande musicista Philippe Sarde e il suo riciclo-omaggio alle proprie colonne sonore del passato, e i consigli degli amici – “Jacques Audiard è un grande montatore oltre che regista. Quando veniva a visionare le scene di Joseph, da papà orgoglioso, mi diceva sempre “Prova sempre l’effetto che la scena fa su grande schermo. Solo così capirai se funziona o se bisogna tagliare – si arriva al ricordo di Bernardo Bertolucci, che lo lanciò con The Dreamers: “Avevo diciannove anni su quel set. L’ultimo giorno di riprese, proclamò “The dream is over” e io scoppiai in lacrime.
Negli anni è rimasto un amico burbero da cui amavo farmi rimproverare. Quando lo sentivo dolce mi preoccupavo, quando era cattivo sapevo che stava bene. Adesso ancora non riesco a parlare di lui al passato, mi sento ancora stordito dalla sua perdita. Ogni volta che vengo a Roma passo…cioè passavo a trovarlo. L’anno scorso mi aveva chiesto di fargli conoscere Desplechin, anche se Arnaud era intimidito all’idea dell’incontro…Come cineasta, ricorderò sempre la grande sensualità che infondeva nel suo cinema.”
Il dibattito è finito, mentre stiamo per scendere dal palco gli rubo, solo per me, un’ultima domanda, una curiosità personale, perché amo il simbolismo dei nomi nel cinema francese. “Perché di nuovo Abel, come ne Les deux amis?”. La risposta è quella che volevo sentire: “Per imitare Arnaud!” (e il suo Paul Dedalus, che Garrel ha anche interpretato nell’ultimo film I fantasmi di Ismael).
Scendiamo. The dream is over.