Rendez-vous 2019. Intervista a Cédric Kahn per LA PRIÈRE

Attore (solo da poco tempo, specifica, anche se in realtà il primo film in cui recita risale al 1995), sceneggiatore, regista. Cédric Kahn è tra gli autori più poliedrici e più interessanti del panorama francese, nonché piuttosto vicino al nostro paese. Tra i titoli che ha diretto, infatti, vi figurano per esempio La noiatratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, e Roberto Succo, sulla storia dell’omonimo serial killer italiano, attivo negli anni ’80. In La Priére, presentato al Festival di Berlino del 2018 e vincitore dell’Orso d’Argento per il miglior attore (al protagonista Anthony Bajon), racconta di Thomas, tossicodipendente di ventidue anni, che per curare la sua dipendenza dall’eroina, si unisce a una comunità isolata dal mondo esterno. In cambio deve rinunciare a tutto, fumo, alcol e televisione, per guarire se stesso attraverso il lavoro e, appunto, la preghiera.

Abbiamo incontrato il regista in occasione dei Rendez-vous, il festival del nuovo cinema francese, dove ha presentato il suo ultimo lavoro, ambientato in una comunità di recupero che, malgrado l’apparenza, non è affatto così lontana dall’immaginario comune di stampo statunitense offertoci dal cinema e dalla tv, come ci spiega subito: “nei gruppi dei narcotici anonimi americani ci sono 12 precetti, e tra questi 12 precetti c’è appunto la preghiera. E tutte le riunioni terminano dandosi la mano e pregando insieme“.

Perché scegliere comunque un’ambientazione così estrema, cosa l’ha affascinata? E come si è documentato su queste comunità? 

“Io non volevo parlare di persone che vanno in centri di disintossicazioni a curarsi. Non m’interessava. Quello che a me interessava era proprio questa connessione tra tossicodipendenza, la preghiera e la speranza. Mi sono poste molte domande su questo tema prima di fare il film, avevo molte esitazioni. Quindi sono andato a incontrare questi giovani nelle loro comunità, dove mi hanno raccontato le loro storie, ed è stato proprio in quel momento che ho deciso di fare il film. Ho fatto il film per loro. Ogni persona raccontava il momento in cui era arrivato, la sua disperazione, la sua stessa infanzia e l’esperienza con la tossicodipendenza, il suo incontro con Dio e parlava anche della vita dopo la comunità”.

Lei è anche attore (di recente lo abbiamo visto in Cold War di Pawel Pawlikowski e in Maya di Mia Hansen-Løve, quest’ultimo presente anch’esso ai Rendez-vous, NDR). Cosa ha portato della sua esperienza nel dirigere Anthony, vista la sua prova straordinaria, nonché fulcro di tutto il film.

“Il mio lavoro come regista con gli attori è un lavoro molto lungo. Più faccio film più imparo, più divengo preciso nella regia, nel guidare gli attori. Diciamo che forse divenendo attore io stesso ho semplificato ulteriormente le cose, come se mi fossi reso conto che per recitare al meglio la cosa importante era avere la mente libera. La cosa che amo in un attore è proprio quanto lui riesce ad essere in comunicazione con la propria emozione, con la propria vibrazione interna e quando si è liberato di ogni idea di rappresentazione. È questo che ricerco in un attore, cerco di aiutarlo a divenire disponibile in questo e tutto ciò accade attraverso cose molto semplici. Va proprio nella direzione opposta della direzione di un attore, bisogna amare l’attore e sopportarlo, portarlo, accompagnarlo e guardarlo. Qualcosa di molto misterioso. Prima che l’attore reciti in realtà io prego perché sia bravo, e poi arriva il miracolo (aggiunge ridendo, NDR)”.

A proposito di preghiera e miracoli, la connotazione religiosa nel film appare abbastanza contraddittoria. La preghiera è al centro del percorso dei protagonisti, di Thomas, ma spesso molti personaggi dicono di non essere davvero credenti o di non sapere davvero di esserlo. La preghiera è quasi un mezzo per disintossicarsi, per cambiare finalmente vita. Qual è, allora, l’opinione del film sulla religione e qual è invece la sua?

“Sì, è giusto, la preghiera è un mezzo e non uno scopo o un obiettivo.


La mia posizione (sulla religione, NDR) è la libertà, la libertà di scelta. Per me è la cosa più importante. Si può pregare o non pregare, drogarsi o non drogarsi, credere o non credere, amare o non amare. La preghiera nel film è il mezzo per per aprirsi agli altri, alla ragazza (Sibylle, di cui s’innamora Thomas, NDR), all’umanità”

Come Thomas, a cui continuamente dicono “questa è la tua unica possibilità”, salvo poi finire per fare una scelta diversa (che non vi spoileriamo, NDR). 

“Ma comunque non abbandona la fede. La fede è una cosa personale che si può trasportare ovunque con sé stessi. Ho letto in un libro: si può fuggire da tutto, salvo che dalla propria coscienza. Si può quindi andare dall’altra parte del mondo, ma si è sempre con la propria coscienza, si possono fuggire i problemi, non affrontarli, però la propria coscienza è sempre lì. (sorridendo, NDR) E proprio questa frase potrebbe essere un soggetto per un film”.

Nel film c’è un conflittuale rapporto con l’esterno. In comunità i ragazzi si sentono  protetti e infatti quando Thomas si allontana da questa è spesso inquadrato in situazioni di disagio, completamente solo e infreddolito. 

“La vera parte esteriore del film è la città, la civiltà, che per i giovani è un sinonimo di pericolo (anzi, chiarisce poi, della droga, NDR), mentre la natura è protettrice”.