Rendez-vous 2020 – Nevada (The Mustang), di Laure de Clermont-Tonnerre

Laure de Clermont-Tonnerre è un nome che i più attenti hanno già iniziato a memorizzare, e che presto impareremo un po’ tutti a saper riconoscere, probabilmente: l’attrice francese ha catturato l’attenzione di Robert Redford con un corto da regista passato al Sundance, e proprio il padrino del festival americano è il nume tutelare accreditato come produttore del film di passaggio dell’autrice nel lungo, The Mustang, che le vale una nomination come miglior esordio agli ultimi Independent Spirit Awards. Nel frattempo Laure de Clermont-Tonnerre si sposta a dirigere per Hulu tre episodi (tra cui il pilot) di una delle serie cruciali della scorsa stagione, The Act, altro effort pluripremiato per l’interpretazione di Patricia Arquette e nuovo punto di non ritorno della resa morbosa e orrorifica del true crime a puntate di questa generazione. E dunque: che razza di cineasta è Laure de Clermont-Tonnerre? C’è da dire da subito che questo The Mustang, o Nevada che è il titolo internazionale, non ci aiuta moltissimo a chiarirci le idee dal punto di vista dello sguardo o delle peculiarità autoriali: la regista decide di rimanere sostanzialmente in disparte, nascosta dietro la straziante presenza scenica, insieme imponente e fragilissima, di Matthias Schoenaerts, e la bellezza primordiale dei cavalli selvatici, così intimamente legata al cinema sin dai primi passi del medium.

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Le motivazioni dell’aver optato per un tale minimalismo formale, che coscientemente rinuncia ad accendersi dell’epica di paesaggi sterminati e delle cavalcate liberatorie, o delle tensioni drammatiche della dolentissima storia del galeotto Roman con figlia incinta in parlatorio, potrebbero essere molteplici, azzardiamo voler mantenere una rispettosa distanza nei confronti di stilemi e immaginari così autoctoni da non voler essere mai addomesticati appieno dagli interventi stranieri (proprio come il mustang Marquis del film…), e insieme la volontà di lasciar parlare proprio unicamente il rapporto tra il silenzioso Roman e il riottoso cavallo da addestrare. Allo scambio di sguardi, scatti violenti e insieme istanti di grande tenerezza, incomprensioni fatali e gesti improvvisi d’affetto tra il protagonista e il maestoso mustang selvaggio, Laure de Clermont-Tonnerre lascia tutto il campo della metafora che regge l’opera, quella tra la vita in prigione di questo detenuto in via di pentimento esistenziale, e la condizione in gabbia di questa bestia recalcitrante, un rapporto probabilmente anche fin troppo sottolineato da alcune simmetrie un po’ ridondanti tra le due figure.

Lo spunto viene da un reale progetto di riabilitazione avviato in alcuni penitenziari degli States (del quale scorrono testimonianze fotografiche sugli end credits), che vede i reclusi impegnati nel difficile addestramento di questi cavalli, migliaia dei quali corrono ancora liberi nella wilderness rimasta d’America, per poi presentarli ad alcune aste (dove vengono, amaro paradosso, acquistati soprattutto dalle forze di polizia, border patrol, e simili). La regista perde parecchi spunti per strada, dall’amicizia con il burbero capo-addestratore Bruce Dern a tutto il contorno della squadra di colleghi rancheros tra le sbarre, nativi americani, neri e ispanici; scova dei frammenti sinceri e riusciti come le sedute di terapia collettiva per il controllo della rabbia, e ha la lucidità di lasciar cadere ben presto la sottotrama di gang e spaccio nel cortile che appariva davvero una direzione abusata per quanto qui dal tono apertamente audiardiano (sarà per via di Schoenaerts). Rimane un film irrisolto ma con un certo fascino nervoso e intermittente, come la potente sequenza dei cavalli sotto la tempesta che fa da spartiacque alla vicenda.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
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