Repulsion, di Roman Polanski

L’autore polacco compie un viaggio allucinato nella sfera psichica di una donna incantevole e disturbata. A quasi sessant’anni dalla sua uscita, suscita ancora i medesimi dubbi e quesiti

L’angosciante inquadratura di un occhio sbarrato apre il secondo lungometraggio di Roman Polanski, Repulsion, un viaggio allucinato nella sfera psichica di una donna incantevole e disturbata. Carol (Catherine Deneuve) lavora in un salone di bellezza londinese, una sorta di tempio della femminilità affollato da giovani in divisa e anziane mummificate. Polański pedina la donna nel traffico frenetico di una città in costruzione dove ogni sguardo maschile viene percepito come ostile e mostruoso. L’unico rifugio da queste continue minacce sembra essere l’appartamento che condivide con la sorella (Yvonne Furneaux), una donna dissimile da ogni punto di vista. Qui Carol si sente al sicuro e a proprio agio, eccetto per la presenza invasiva del cognato. Il rasoio nel bagno, eterno simbolo paterno e maschile, unito ai continui gemiti sessuali notturni, alterano la dimensione casalinga contaminando inevitabilmente la comfort zone femminile. Nel momento in cui la coppia decide di partire per un viaggio di piacere in Italia, la giovane resta sola con i suoi demoni.

---------------------------------------------------------------
BANDO N. 5 POSTI GRATUITI PER CORSO DI CRITICA DIGITALE

---------------------------------------------------------------

Carol vuole essere libera di non avere niente a che fare con nessun tipo di individuo di sesso maschile, per il quale prova un forte senso di disgusto e repulsione. Anche se tenta di creare una bolla di protezione intorno a sé, tutto il suo mondo è comunque pervaso da riferimenti maschili; una cliente le chiede se sia distratta perché “innamorata”, le colleghe si lamentano in continuazione dei propri fidanzati mentre il suo spasimante crede abbia un altro uomo poiché rifiuta le sue avances. In una società dove sembra sia obbligatorio avere un uomo accanto a sé, o perlomeno desiderare di averlo, Carol osserva sognante il convento fuori dalla sua finestra, un ambiente puro e protetto. A poco a poco inizia una lenta discesa nella folle mente allucinata della donna, un cambio di registro che Polanski racchiude nelle quattro mura dell’appartamento. Dalla barca di Il coltello nell’acqua ai successivi Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano, il regista riuscirà sempre a riverberare perfettamente il malessere mentale in uno spazio claustrofobico e circoscritto.

La fotografia contrastata di Gilbert Taylor (Il dottor Stranamore, Guerre Stellari) unita al nutrito ecosistema sonoro fatto di ticchettii e rumori di passi alternati a lunghi silenzi, creano un atmosfera onirica e surreale. I volti iniziano a deformarsi nel riflesso di un bollitore o nello spioncino della porta, mentre alcune crepe si aprono nelle mura di casa. Durante la notte Carol subisce violenze da uomini brutali ma immaginari, in quelli che sembrano incubi ma potrebbero anche essere ricordi. L’ineluttabile caduta nell’inconscio deviato di Carol procede di pari passo al marcire di un disgustoso coniglio scuoiato abbandonato fuori dal frigo, simile al neonato deforme di Eraserhead. L’unico istante di serenità in cui Carol si abbandona ad una grossa risata è quando una collega le racconta una scena di La febbre dell’oro, ma è solo l’attimo di quiete prima della follia omicida. La donna compie due feroci uccisioni in due situazioni opposte; nel primo caso si tratta del suo corteggiatore, mentre nel secondo del depravato padrone di casa. In entrambe le circostanze Carol è fredda e spietata, ma nel secondo delitto sembra vendicarsi di tutte le violenze psicologiche e fisiche subite nella sua vita, un po’ come la protagonista di L’angelo della vendetta di Abel Ferrara. Un lento zoom in avanti chiude il film sul medesimo occhio di Carol con cui si era aperto, stavolta quello raffigurato in una foto da bambina, come a suggerire la radice di ogni male.

Nel suo primo film anglofono, Roman Polanski costruisce una dimensione ansiogena da horror psicologico, in cui la camera a spalla e il grandangolo trascinano lo spettatore dentro la percezione instabile della protagonista, contrariamente alla consuetudine hitchcockiana. Immagini come quella delle braccia maschili nel corridoio o delle inquietanti crepe aperte nelle mura sono tuttora aggrappate all’immaginario cinematografico collettivo. A quasi sessant’anni dalla sua uscita nelle sale, Repulsion suscita le medesime angoscianti sensazioni oltre agli stessi dubbi e quesiti.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

Titolo originale: id.
Regia: Roman Polanski
Interpreti: Catherine Deneuve, Yvonne Furneaux, John Fraser, Ian Hendry, Patrick Wymark
Durata: 104′
Origine: UK 1965
Genere: thriller, horror

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

Sending
Il voto dei lettori
5 (1 voto)
---------------------------------------------------------------
Ecco il nuovo Sentieriselvaggi21st #10: CYBERPUNK 2021, il futuro è arrivato

---------------------------------------------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative