Retour à Séoul, di Davy Chou

Tutto sembra arrivare troppo tiepidamente e non riusciamo a smuoverci dalla superficie, faticando moltissimo a scendere nell’intimo dei personaggi. Un Certain Regard

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La venticinquenne Freddie, spinta dall’impulso di riconnettersi con le sue origini, torna per la prima volta in Corea del Sud, dove è nata prima di essere adottata e cresciuta in Francia. È una ragazza testarda e grazie ad un’associazione che si occupa di aiutare gli orfani alla ricerca dei loro genitori biologici, riesce a trovarne il contatto.

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Presentato a Un certain regard, Retour à Séoul di Davy Chou (al suo secondo lungometraggio di finzione) segue negli anni (più o meno dai 25 ai 30) la vita inquieta di Freddie, personaggio a suo modo respingente, proprio per questa sua costante irrequietezza data da un  passato che non riesce a riscrivere. Irrequietezza che si manifesta soprattutto con le donne, e forse è qui che Chou riesce ad arrivare di più agli spettatori e cioè permeando gentilmente la sua storia di un tono prettamente malinconico, dovuto principalmente alla mancanza di una figura materna, che più rende Freddie incapace di trovar quiete. La ragazza infatti inizialmente ha contatti solo con il padre, inabile però a relazionarsi a lei senza annegare nell’alcol i sensi di colpa per averla abbandonata da piccola. Così, pur rimanendo in Corea dopo il primo viaggio e quindi restando in contatto con le sue radici, la vita di Freddie continua ad essere permeata da una costante tristezza, un colore blu che bagna tutto il film, laddove la madre della ragazza si rifiuta di accettare la sua proposta di conoscerla. Ma nonostante questo va detto che in Retour à Séoul c’è qualcosa che non funziona, come se le emozioni arrivassero troppo tiepidamente. E non è una questione di rimanere in superficie, laddove spesso e volentieri è proprio dalla superficie che riusciamo a scorgere la profondità, soprattutto in una storia che racconta la vita di una ragazza che è stata privata dell’affetto e del riconoscimento dei suoi genitori biologici, e che quindi ha un rapporto complesso con se stessa. Ma purtroppo nel film di Chou non riusciamo a smuoverci da questa superficie, e fatichiamo moltissimo a scendere nell’intimo dei personaggi, quello di Freddie in primis.  Il risultato è che a tratti Retour à Séoul sembra come mancare di verità, tanto  che perdiamo presto il contatto col dolore della protagonista e con la sua smania di sapere da dove proviene.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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