Rhea Seehorn: l’arte di non imporsi
Dopo la vittoria del Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, ripercorriamo la storia di un’attrice che ha fatto della pazienza il fondamento della sua attorialità
“Ho imparato a non aspettare che qualcuno mi dica che è il mio momento.”
A parlare, in un podcast dell’Hollywood Reporter, è Rhea Seehorn, che ha riassunto in una frase la mentalità con cui si approccia a ogni singolo ruolo interpretato, dai primi personaggi sul palco di un teatro fino a figure come Kim Wexler e Carol Sturka, che poco alla volta l’hanno fatta conoscere al grande pubblico.
Una passione nata anche grazie ai genitori, come racconta nella stessa intervista, entrambi abili storyteller, che l’hanno portata a sviluppare fin da bambina un’ossessione per il racconto per immagini e in particolare per il cinema francese e per le serie televisive del passato.
Ancora prima di iniziare la sua formazione da attrice, alla giovane Rhea piaceva reinterpretare scene e monologhi di fronte alla sorella. Solo con l’inizio del college si è però avvicinata al mondo della recitazione innamorandosene progressivamente e decidendo di frequentare corsi di teatro, mentre, in parallelo, portava avanti gli studi in arti visive e architettura. Tutt’ora Seehorn ammette di continuare a coltivare i suoi studi nel campo dell’arte, un contesto che negli anni si è rivelato un aiuto fondamentale per comprendere scene complesse. Come ha dichiarato: “Vengo dalle arti visive. Per me recitare significa togliere, non aggiungere, come si fa con le sculture.”
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Nei primi anni sul set interpreta spesso quelli che definisce come “Weird Friends” “amici strani”, personaggi secondari, figure che celano segreti o combattono contro le proprie debolezze. “Ho interpretato tutte quelle persone bizzarre, con grandi segreti o dipendenze, ed erano parti fantastiche: l’idea era diventare un’attrice migliore, in qualche modo, ogni singolo giorno”.
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La carriera di Rhea Seehorn comincia dunque interpretando personaggi non centrali, ma scelti per distanziarsi dall’archetipo della “fidanzata”, privilegiando invece personaggi femminili sarcastici, con un umorismo pungente. Tra i primi ruoli televisivi di rilievo c’è quello di Cheri, la sorellina in I’m With Her, seguita da Roxanne Harris in Whitney, una parte arrivata dopo quasi dieci anni di progetti spesso conclusi prematuramente. In questa sitcom interpreta una donna divorziata e intraprendente, che affianca la protagonista nel tentativo di mantenere viva la scintilla nella relazione sentimentale.
Ma è nel 2015 che Rhea Seehorn riesce a distanziarsi dai quei ruoli di secondo piano e a mostrare il suo talento in Better Call Saul nel personaggio dell’avvocatessa Kim Wexler. In un’intervista per Variety l’attrice descrive così il ruolo: “Kim non è stata pensata per essere amata. È stata pensata per essere coerente. […] Quando un personaggio femminile è davvero complesso, spesso mette a disagio.”
Kim Wexler è una figura che va controcorrente ai tradizionali ruoli femminili televisivi: agisce senza giustificarsi, preferisce il silenzio rispetto alle parole e rifiuta il conflitto. Portando alla luce un lavoro di forte sottrazione, non solo nei movimenti ma anche sul piano emotivo. “Mi interessava che il pubblico non sapesse mai da che parte stava.” Questo suo costante “non imporsi” ha caratterizzato l’interpretazione rendendola indimenticabile. È a partire da Better Call Saul che iniziano ad arrivare le prime nomination e il riconoscimento critico, segnando una svolta decisiva nella sua carriera.
Negli ultimi anni, Seehorn ha dato voce a diversi personaggi in serie animate e interpretando ruoli in film come Linoleum nei panni di Erin Edwin al fianco di Jim Gaffingan, o partecipando all’ultimo film del franchise di Bad Boys.
Dopo altri dieci anni Seehorn è tornata a lavorare con Vince Giiligan nella serie di Apple TV Pluribus, dove per la prima volta interpreta il ruolo da protagonista. Si tratta di Carol Sturka, una scrittrice che vive in una realtà apparentemente pacificata e felice, ma in cui lei, insieme a poche altre persone, percepisce una frattura, trovandosi davanti al dilemma se unirsi a quell’armonia artificiale o preservare la propria identità. L’attrice questa volta si ritrova ad avere tutta la responsabilità narrativa sulle spalle, mantenendo tuttavia la sua visione: “Non volevo dimostrare nulla. Volevo sostenere una storia” ha detto in un incontro con la stampa.
Seehorn racconta di aver accettato il ruolo senza leggere la sceneggiatura “Mi fidavo della visione.” Una fiducia che lo stesso Gilligan ricambia, dopo aver scoperto il talento dell’attrice ha deciso di modificare la struttura originale della serie per adattarla meglio a lei. “ Il personaggio inizialmente era pensato come un protagonista maschile, ma poi, man mano che conoscevo Rhea…ho sentito il bisogno di spingermi un po’ oltre e creare una serie con una protagonista femminile. E chi meglio di lei?”
È proprio grazie a Pluribus che arriva finalmente il riconoscimento istituzionale, con la vittoria quest’anno del Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica. Ma a differenza di quanto si potrebbe pensare la carriera dell’attrice non è stata una continua corsa verso la fama, come afferma la stessa Seehorn in un’intervista dopo la premiazione: “Questo premio non cambia chi sono. Mi dice solo che il percorso è stato visto.”
Un riconoscimento che l’attrice stessa definisce come un semplice “punto di allineamento”, dopo anni in cui ha consolidato con pazienza il proprio talento artistico. Più che una svolta, si tratta della naturale continuità di un metodo fondato sull’assenza di fretta, sulla fiducia nel tempo e nella crescita. “Il successo tardivo ti rende più libera, non più ansiosa” ha detto nella stessa intervista.



























