Riccardo III, di Rupert Goold

Oggi nessuno nella vetta occidentale europea avrebbe il coraggio di essere James Tyrrel, nel bene e nel male, lo vediamo nel silenzio reattivo del popolo inglese post-Brexit. In sala oggi e domani

Lo spettacolo del Riccardo III portato in scena dal rampante Rupert Goold al prestigioso Almeida Theatre di Islington (Londra) lo si può benissimo prendere come esempio di vertice teatrale occidentale odierno. Vertice composto da molti fattori: la sopraffina tecnica attoriale di Ralph Fiennes o la Redgrave, l’intelligente messinscena del regista che con tocchi minimi rende benissimo l’atmosfera del testo ma poi alla fine apre verso un combattimento con spade e armature degno dei migliori film in costume, un teatro “IN” piccolo e caldo che permette un fantomatico incontro tra pubblico e mostri sacri, un pubblico felice di essere preso in ostaggio per tre ore sognando a ogni blank verse mirabilmente re-citato, e piccoli ma potenti effetti di ogni tipo (scenici, recitativi, illuminotecnici) che riescono sia a far pensare che a far gustare il testo. All’improvviso Ralph Fiennes mostra il suo braccio destro “deformed and unfinished” e veramente sembra di vedere una sintesi. Il problema rimane ciò che resta dopo la tempesta.

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È interessante la breve intervista che, per ragioni di marketing, viene fatta al regista, cui si chiede se avesse previsto la coincidenza temporale tra la messinscena e il voto del Brexit. Sorridendo il regista ovviamente dice di no, confermando una chiusura. La straordinaria bellezza di tali eventi ci pare rimanga sempre lì. Si rimane a bocca aperta il tempo di stare a contatto con tale perfezione, che resta però un bel ricordo come le vacanze al mare. Quel braccio maciullato è uno dei molti effetti che colpiscono, sorprendono e poi fanno sorridere. Ma siamo sempre al teatro di regia: conoscendo bene la realtà anglosassone siamo pronti a dire che in quanto tecnica oggi Londra è il vertice mondiale. Il pacchetto è sempre preparato divinamente. Però non riesce mai, mai, a mettersi in gioco, a interrogarsi, a sporcarsi le mani, a entrare in una crisi che sarebbe ideale per resuscitare.

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Fiennes che chiede al pubblico seduto a un metro se si è James Tyrrel (il perfido sicario dei principi) sa benissimo che nessuno avrà il coraggio di rispondergli. Ma oggi nessuno nella vetta occidentale europea avrebbe il coraggio di essere un Tyrrel, nel bene e nel male (lo vediamo benissimo nel silenzio reattivo del popolo inglese post-Brexit). Resta un divario netto, che è un divario eminentemente politico di chi sta sopra e ci affascina e chi sta sotto e vuole rimanere affascinato. Ma la torre dove il teatro e le arti vengono così bene preparate rimane sempre più sola in mezzo al deserto.

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