Ricordando Carlo – Incontro con Enrico Vanzina

«È strano per me essere qui perché esattamente un anno fa venni a presentare il mio romanzo, La sera a Roma – mi trovavo nell’altra stanza – e il mio pensiero andava a mio fratello che non stava bene. Ora lui non c’è più e io sono di nuovo a Torino». Così esordisce Enrico Vanzina al Circolo dei Lettori mentre presenta il libro Carlo&Enrico Vanzina – Artigiani del cinema popolare di Rocco Moccagatta in occasione dell’omaggio dedicato a lui dal 18° gLocal Film Festival, a marzo 2019. Il critico alessandrino, curatore del volume e della lunga intervista in esso contenuta, lo accompagna e lo stimola a parlare anche se non sembra essercene alcun bisogno poiché lo sceneggiatore è un fiume in piena: aneddoti, battute, divagazioni. Tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere… Noi attendiamo pazienti il nostro turno e poi finalmente lo incontriamo vis-à-vis.

Il vostro esordio, Luna di miele in tre, è girato in parte in Piemonte. Che ricordo ha di Stresa?
Quelle riprese le ricordo emozionanti, soprattutto perché era il nostro primo film. Carlo però fece un grosso errore: volle realizzarlo un po’ all’americana. All’epoca, era il 1975, la commedia italiana aveva perso il mordente che la contraddistingueva e pareva essere tornata inoffensiva come negli anni dei Telefoni Bianchi, così lui pensò che la regia dovesse prenderne le distanze attraverso questa patina hollywoodiana. Ma qualcosa non funzionò come voleva lui e così poi, per continuare a lavorare, dovemmo fare un film musicale intitolato Figlio delle stelle, con Alan Sorrenti. Comunque sul Lago Maggiore passammo dei giorni molto piacevoli. Nostro padre Steno, che era originario di Arona, non riuscì a venire a trovarci sul set ma si informava costantemente dei progressi.

Ha sempre pensato che avrebbe fatto del cinema?
Per persone come noi che siamo cresciuti in una casa frequentata solo da gente di cinema, che passavamo le vacanze sui set, come sarebbe potuta andare diversamente? Carlo ha esordito in Totò e le donne, diretto da Mario Monicelli e nostro padre perché la voce di Totò racconta la propria storia partendo dall’infanzia e sullo schermo si vede un neonato. Bene, quello era Carlo che aveva solo un anno e ha cominciato addirittura interpretando Totò! [ride] Ma quando sei in una simile posizione di privilegio provi anche un forte senso di responsabilità, senti di dover onorare questo mondo. L’industria dei film è come un frullatore che ti afferra e ti trascina e tu devi essere sempre all’altezza delle aspettative. Il cinema per farlo bisogna amarlo ma bisogna anche conoscerlo. Inoltre, papà ci portava nei musei come il Prado e ci dava da leggere grandi romanzi come Anna Karenina e noi dovevamo leggerli altrimenti niente ferie. Io per anni ho seguito lezioni di piano. Dovevamo avere una formazione completa. Poi è venuta la gavetta, l’aiuto regia per grandi autori del cinema italiano come Monicelli e Risi. Questo è l’unico modo per capire come si fanno i film.

E per quanto riguarda il rapporto con critica e pubblico?
Ho sempre avuto un bel rapporto col pubblico e mi sono preso soddisfazioni pazzesche. Mio padre capì che potevo scrivere film dopo Febbre da cavallo, dove pare avessi fatto un’ottima impressione. Carlo invece si convinse solo con Fichissimi, perché fu un grande successo di pubblico e lui che all’inizio voleva diventare un critico si rese conto che quell’apprezzamento era meglio di qualsiasi bella recensione. La critica, se fatta con testa, può essere un interlocutore interessante. Ma un buon critico, un critico intelligente, secondo me non dovrebbe limitarsi a dare un giudizio. Dovrebbe piuttosto confrontarsi con i registi e spingere quelli più autoriali a essere più popolari e viceversa. Dovrebbe incoraggiarli a migliorarsi e a rischiare, ma sempre nel rispetto delle altrui competenze. Bisogna anche dire che oggi molti giovani si sentono arrivati, fanno un corto e mezzo documentario e dicono di essere autori, parlano del “mio cinema”. Non esiste un “mio cinema”, esiste il cinema.

Cos’è il cinema secondo Enrico Vanzina?
Può sembrare strano detto da uno che scritto molte commedie, ma per me (e lo stesso era per Carlo) il cinema sono i generi classici. In fondo in 40 anni li abbiamo provati quasi tutti: fra un successo commerciale e l’altro, appena avevamo un minimo di potere contrattuale, tiravamo fuori un soggetto che nessuno si aspettava e facevamo un melodramma o un thriller. È accaduto con Via Montenapoleone, ad esempio, e poi con Sotto il vestito niente. L’unico che non ci hanno mai fatto fare, nostro grande rimpianto, è il western. Ecco, i generi popolari, gli spazi e il racconto, la voglia di raccontare storie, la finzione che è migliore della vita, questo solamente conta. Devi sempre tenere in testa il pubblico, considerare se là fuori c’è qualcuno che può essere interessato a guardare il tuo film. Una volta i grandi autori come Antonioni, Fellini, Petri, andavano benissimo anche perché tenevano in testa il pubblico e perciò facevano cinema popolare d’autore. Poi, a un certo punto, nel nostro cinema c’è stata un frattura e qualcosa è cambiato. La commedia all’italiana raccontava l’Italia per quella che era e andrebbe mostrata nelle scuole! Un tempo i grandi scrittori scrivevano sceneggiature per il cinema ed erano film popolari. Basti pensare alle firme di Guardie e ladri. Io lavorai a Oh, Serafina di Lattuada con Giuseppe Berto, che è stato uno dei maggiori letterati del Novecento. Purtroppo oggi mancano intellettuali al servizio della narrazione popolare.

Il vostro ultimo film insieme, Caccia al tesoro, è girato qui. Che rapporto ha con Torino?
Un rapporto strano perché l’ho sempre vissuta in relazione ad avvenimenti o persone che avevano poco a che fare col cinema, se si toglie l’amicizia che legava mio padre e Mario Soldati. L’avvocato Agnelli era un grande appassionato dei nostri film e ci contattò per invitarci a vedere la Roma quando giocava contro la Juventus. Così cominciai a frequentare l’avvocato Agnelli e la città e credo di aver capito Torino, almeno in certe sue peculiarità. Ho capito la spietatezza, seppure buffa, dei torinesi quando Agnelli mi fece vedere una sua collezione e osservò che forse i suoi fornitori erano un po’ troppo al di sopra dei miei mezzi. Ma ho capito anche la sua bellezza e mi è entrata nel cuore. In più, da giovane sono stato canottiere e venivo spesso a gareggiare sul Po e sono molto legato alla cultura di questa parte d’Italia perché ho studiato in un collegio francese.

L’omaggio del gLocal prevede la proiezione di Via Montenapoleone. Me ne può parlare?
Non lo rivedo da anni ma credo sia molto bello non perché sia un grande film ma perché film così non se ne fanno più. È un mélo, uno splendido mélo, con tutti i limiti e la forza di quel genere. Ed è una pellicola dedicata alle donne. Per trovare le attrici cominciammo puntando in alto e contattammo Catherine Deneuve la quale ci disse che l’avrebbe fatto solamente se le altre protagoniste fossero state al suo stesso livello. Ci suggerì di chiedere a Candice Bergen, che era sposata con Louis Malle, e così andammo a casa loro. Questa ci disse che lo avrebbe fatto solamente se anche la terza fosse stata all’altezza e così Carlo volò a Los Angeles per proporre il ruolo a Kelly LeBrock ma non se ne fece nulla e più tardi tornammo negli Stati Uniti per parlarne con Carol Alt, che finalmente accettò senza condizioni. Inoltre, ricordo che a fine riprese le attrici mi vennero a chiedere in regalo degli stivali e così mi ritrovai ad attraversare via Montenapoleone con tre bellissime donne davanti allo sguardo stupito di decine di uomini. Poi ricordo bene Valentina Cortese che recita quella battuta finale, “La tranquillità, la pace del lago… la noia del lago!”, dimostrandomi di averla capita e rendendola migliore. Anche questo per me è il cinema.

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