"Ricordati di me", di Gabriele Muccino

La furbizia di Muccino sommerge inesorabilmente il suo talento. Il film sembra voler possedere quell'autorità di sguardo del cinema d'autore privata però dell'intellettualismo del cinema d'autore e sostituita da quell'immediatezza tipica dei "teenager-movie".
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C'è una precisa strategia produttiva, prima che cinematografica, dentro Ricordati di me.  Questo quarto lungometraggio del regista romano, come del resto L'ultimo bacio, sembra essere direttamente pensato per coinvolgere precise fasce anagrafiche di spettatori: i diciottenni in crisi d'identità o disposti a far carriera a tutti i costi, le generazioni di quarantenni annoiati dalla propria vita borghese. In effetti Ricordati di me appare come un resoconto di "aspirazioni negate" (quella di Giulia/Laura Morante che voleva fare l'attrice e invece si ritrova ad insegnare o quella di Carlo/Fabrizio Bentivoglio che prima di rinchiudersi in un ufficio aveva cominciato a scrivere un romanzo che non ha mai finito) dell'ossessione di realizzare i propri sogni (Valentina/Nicoletta Romanoff che vuole diventare una valletta in Tv) o  quello del semplice bisogno di cercare, se c'è, un senso alla propria esistena (esigenza che coinvolge Paolo/Silvio Muccino). La famiglia Ristuccia diventa quindi il modello "identificativo", creato con indubbio fiuto da Procacci che ha saputo relegare le opere realizzate da Muccino in una fascia, anche vasta rispetto al mercato italiano, ben definita. Da una parte quindi c'è il progetto produttivo da lodare in quanto sembra costruire nuovi orizzonti di lancio dell'opera. Dall'altra parte invece c'è il film, che, come L'ultimo bacio, è chiaramente condizionato da questo disegno di marketing. L'inizio di Ricordati di me, con la voce fuori-campo che penetra nell'universo familiare dei quattro personaggi, sembra ricalcare quegli incipit di quelle commedie statunitensi degli anni Quaranta e Cinquanta dove il luogo, l'ambiente, la famiglia, venivano prima presentati per poi essere seguiti nelle evoluzioni delle loro storie. Muccino  penetra però nei suoi personaggi senza nessuna discrezione, catapultando addosso allo spettatore tutte le loro ossessioni, tutte le loro manie, tutte le loro rivelazioni. Costretti sempre sull'orlo di una crisi di nervi, esaltati da una recitazione sopra le righe che alla fine tende a produrre più apatia che energia, i protagonisti di Ricordati di me appaiono sempre violentati, urlano il proprio passato rimosso, ma restano chiusi sempre nei loro interni borghesi romani da dove lo sguardo di Muccino non sembra uscire mai da confini urbanistici programmaticamente delimitati e da dove, dietro la propria memoria continuamente esibita, resta sempre fuori-campo la propria storia. Tutto il contrario di un caposaldo del cinema generazionale italiano come C'eravamo tanto amati di Scola a livello corale o il recente La felicità non costa niente a livello individuale. Calopresti disperde volutamente un corpo dentro perimetri metropolitani che appaiono continuamente come frammentati, mentre Ricordati di me accumula i corpi e li fa muovere – assieme ai personaggi secondari – come cellule impazzite.

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C'è sempre stata in Muccino una furbizia preconfezionata che però si è sempre accompagnata a un talento nel mostrare quel tipo di mondo. In Ricordati di me la sua furbizia sommerge inesorabilmente il suo talento, con l'utilizzo di una colonna sonora già ideata in funzione del film (Elisa in Ricordati di me come Carmen Consoli in L'ultimo bacio). Ricordati di me sembra voler possedere quell'autorità di sguardo del cinema d'autore privata però dell'intellettualismo del cinema d'autore e sostituita da quell'immediatezza tipica dei teenager-movie. In questo senso vale recuperare quella ventata emotiva, senza età, dei primi due episodi di Il tempo delle mele di Pinoteau. Se Muccino, e in particolare Ricordati di me, recupera l'ossatura della "commedia all'italiana" (e da questo sito si è altre volte sottolineato come molti artefici di quella stagione siano estremamente sopravvalutati), ne riprende anche quella deprecabile segmentizzazione degli slanci (i personaggi di Ricordati di me potrebbero anche essere una storia dilatata di un episodio de I mostri di Risi) e in particolare porta a una manipolizzazione dei sentimenti (la scena dell'incontro tra Carlo e Alessia/Monica Bellucci al supermercato dopo che l'uomo era stato ricoverato in ospedale) che segnano subito un rifiuto per un cinema che non ama ma usa a proprio piacimento tutte le pulsioni del cuore dei propri protagonisti. Se Muccino si dimostra abile nei raccordi dei movimenti (e le prove dello spettacolo teatrale dove deve recitare Laura sono un esempio su quanto il regista romano sia rigoroso nel gestire i tempi), dall'altra il suo sguardo gestisce dittatorialmente un cinema asmatico, senza via d'uscita, che utilizza il cast giusto nel film sbagliato, che ricicla i finali (il dubbio dello sguardo di Giulia/Giovanna Mezzogiorno come il dubbio dello sguardo di Carlo) e che ipotizza anche sospettosi sequel di un universo nel quale non si vorrebbe mai vivere.

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Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Heidrun Schleef
Fotografia: Marcello Montarsi
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musica: Paolo Buonvino
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Gemma Mascagni
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Carlo), Laura Morante (Giulia), Silvio Muccino (Paolo), Nicoletta Romanoff (Valentina), Monica Bellucci (Alessia), Gabriele Lavia (Alfredo), Silvia Cohen (Elena), Enrico Silvestrin (Stefano Manni), Amanda Sandrelli (attrice), Blas Roca Rey (attore)
Produzione: Domenico Procacci per Fandango/Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Durata: 125'
Origine: Italia, 2003

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