RIDE. Incontro con Jacopo Rondinelli, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro

Un film punk all’ennesima potenza. Un thriller/action/sportivo. Un cinema “poco italiano”, che cerca di sperimentare e “complicarsi un po la vita”. Un oggetto difficilmente classificabile. All’incontro con i giornalisti di ieri alla Casa del Cinema per Ride, di Jacopo Rondinelli – e co-prodotto da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro –  si susseguono i tentativi: tutti cercano di definire e raggiungere la complessità di un film che, a quanto pare, ha lasciato a tutti a bocca aperta. La frenetica storia di Max (Lorenzo Richelmy) e Kyle (Ludovic Hughes) – due riders acrobatici che accettano di partecipare a una estrema gara di downhill con in palio 250.000 euro, spingendo oltre il limite fisico, psicologico e virtuale le loro capacità -, avveniristica nella maniera in cui è stata girata, con diverse go pro e Action-Cam, è stata anche una sfida per i realizzatori, che oggi condividono il loro crazy ride in questa inedita avventura.

Per Jacopo Rondinelli, l’intenzione è sempre stata fondere diversi linguaggi narrativi. “L’idea era sfruttare il linguaggio del Found Footage, dove tutta la narrazione avviene attraverso dei filmati girati dai personaggi stessi. Abbiamo girato in Trentino, sempre all’aperto, senza aspettare che nevicasse, tutto era un po’ estremo. Il tessuto del film è cambiato tantissimo, all’inizio avevamo tante idee che poi sono cambiate con il tempo“. Prima, racconta Rondinelli, erano accompagnati soltanto dalle buone intenzioni, volevano raccontare una storia più leggera, quasi edulcorata. “Ma poi, mentre si sviluppava la storia, i personaggi non erano più così positivi, e hanno cominciato a mostrare la loro vera natura strema, cioè giocare la loro vita per avere un like in più”.

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L’obiettivo, raccontano il regista e Fabio Guaglione, era che i protagonisti filmassero ogni momento della gara, riprendendo l’adrenalina, il climax, i diversi sguardi di una stessa realtà – quasi nello stile di Rashomon – e anche il proprio arco drammatico e narrativo. Lorenzo Richelmy condivide la propria esperienza, che dice è stata una delle più estreme e ricche della sua carriera: “Per me è stato interessantissimo, una vera sfida, non soltanto per diventare anche io autore delle riprese, girare con una go pro, ma perché ho dovuto cambiare il linguaggio, il mio modo di esprimermi. Io sono un attore di teatro, quindi per me essere nelle dolomiti con più di 80 macchine da presa, avendo tutto quello spazio, mi ha dato la possibilità di sperimentare, di espandermi”. 

Alla fine, i presenti sembrano di arrivare a un accordo: anche se la storia dietro Ride può essere autoconclusiva, il mondo creato sta ancora prendendo forma. Proprio come il genere, che trova il suo fulcro nell’estetica del videogioco, nell’immaginario nostalgico degli anni ’80 ma anche in uno sguardo lucido e urgente verso il presente e il futuro.

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“Dal punto di vista di montaggio, costruzione, sceneggiatura, tutto ciò che abbiamo creato diventa un nuovo universo”, aggiunge il regista. È questo un modo di creare un nuovo tipo di cinema, una rinascita del cinema italiano?, chiede qualcuno. “Non saprei, forse è il cinema italiano e mondiale che richiede questo tipo di prodotto, ma sopratutto di creare un nuovo mondo cinematografico, come la proposta creata da Ready Player One che si incontra con la realtà di youtube, l’uso delle nuove tecnologie, i like. Una black Babylon, un ritratto di quello che stiamo vivendo”.

We are not in Kansas anymore“, dice Lorenzo Richelmy, tra pensiero e voce alta. È forse è questo il fulcro della questione: si avvicina un nuovo uragano. Quindi, meglio avvicinarsi, buttarcisi dentro e enjoy the Ride.