Ridendo e scherzando, di Paola e Silvia Scola

Ritratto un “portatore di battute” con la passione del disegno, il cinema “all’italiana” e la gente “brutta, sporca e cattiva”: c’è la dimensione privata di un uomo schivo che non amava essere intervistato e quella, ironica e graffiante, del Paese “parlato” da una macchina da presa in Ridendo e scherzando, il documentario dedicato a Ettore Scola, in sala l’1 e 2 febbraio. A firmarlo le figlie del regista recentemente scomparso, Paola e Silvia Scola, che affidano a Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, il ruolo – compitamente sfrontato – di intervistatore del padre. L’esito è un racconto che – mescolando spezzoni di film e back-stage, interviste storiche al maestro con quella a Pif, foto e super 8 di famiglia a vignette alla Steinberg – ci restituisce, oltre la dimensione auto-biografica, il ritratto di una generazione di autori – e attori – che amavano frequentarsi.

Da Monicelli a Fellini, Mastroianni, Sordi…, la storia di Scola in Ridendo e Scherzando, a partire dagli esordi come disegnatore, battutista e poi ghostwriter della ditta Metz e Marchesi alla fucina del Marc’Aurelio, è costellata di incontri fondamentali presentati con levità. Un’operazione per certi versi speculare a quella di Che strano chiamarsi Federico, opera pure documentaria che segna l’addio di Scola alla macchina da presa e dedicata a Fellini. Se infatti lì, omaggiando il grande cineasta riminese, Scola finiva per dire molto di se stesso e della sua visione d’autore, qui – sotto la direzione registica delle figlie e malgrado o forse in virtù di un racconto rigorosamente in prima persona – egli parla soprattutto del contesto umano e professionale in cui ha lavorato e vissuto.

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ridendo_mainQuello di Gigliola, compagna di una vita dai tempi della scuola, e quello dell’esperienza iniziatica del cinema di piazza nella natìa Trevico, ripresa in Splendor. Quello del cinema militante di Rosi e Petri, e quello della commedia all’italiana, figlia “incompresa” (in patria) del neorealismo: nel suo solco Scola esordisce come sceneggiatore negli anni Cinquanta, fa coppia quasi fissa con Maccari e firma nel 1974 con C’eravamo tanto amati il suo capolavoro alla regia. Ma prima ci sono le fatiche anonime dei giovani sceneggiatori, le liti storiche di Age e Scarpelli, l’imperativo di far ridere (rievocato nel personaggio dello sceneggiatore in crisi de La Terrazza e nel documentario su Fellini), l’eredità di Risi (“a Dino debbo il dono della leggerezza”). E ancora, in ordine non solo cronologico, il ricordo di Troisi (“un vero intellettuale contro la retorica e il luogo comune”), il sodalizio con Trovajoli, la “dipendenza” da De Sica, avvistato per caso da ragazzino sul set di Ladri di biciclette (“demiurgo fuori campo che sussurrava delle cose in un megafono”). E poi la predilezione per i “diversi”: gli omosessuali, rappresentati fuori dal macchiettismo fino allora imperante, o i “brutti sporchi e cattivi” del film omonimo, rimasto senza la “prefazione filmata” di Pasolini, ucciso poco prima della fine delle riprese non lontano dal set.

Film come grandi lezioni di attualità più che per “merito intrinseco” di opere e autori, per “demerito” – secondo Scola – della società che “non risolve i problemi” costringendoci ancora a farci i conti. Come “la mentalità fascista che perdura” e rende sempre “fresca” Una giornata particolare sul dramma di essere gay in Italia ai tempi dell’asse Roma-Berlino. E come la profezia berlusconiana contenuta in La più bella serata della mia vita, parabola di un “personaggio corrotto, ignorante, fiero di esserlo, con potere di ricatto crescente”. Un cinema che così “ridendo e scherzando” ragiona su “quali concetti cambiano un po’ le cose e quali le lasciano come sono”. Tra sogno felliniano e presa diretta (De Sica docet) sulla realtà. Una storia di nomi “strani” per la prostituta raccolta in macchina dalla coppia Ettore-Federico nel film di Scola su Fellini. Come a dire: che strano chiamarsi Ettore.

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