#RomaFF10 – La fabbrica delle mogli: Mustang, di Deniz Gamze Ergüven

Qualche compiacimento di carattere narrativo, ma il film della cineasta turco-francese è pienamente efficace nella rappresentazione di un’emancipazione. E’ il candidato francese per gli Oscar

Già presentato quest’anno alla Quinzaine a Cannes e sorprendentemente candidato a rappresentare la Francia agli Oscar come miglior film straniero, battendo candidati sulla carta più quotati come Dheepan di Jacques Audiard e La loi du marché di Stephane Brizé, Mustang è insieme un film claustrofobico e pieno di luce, chiuso e pieno d’aria. Il giovane pubblico di Alice nella città lo ha accolto con continui applausi e partecipazione, segno che il film ha una sicura presa sul pubblico adolescenziale.

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Deve essere un film pensato a lungo di una regista alla ricerca di una sua identità geografica e cinematografica. Nata ad Ankara, Deniz Gamze Ergüven ha poi vssuto a lungo in Francia ma ha mantenuto continui legami con la Turchia visto che gran parte dei suoi parenti vivono ancora lì. Mustang, suo primo lungometraggio dopo i corti Mon trajet préféré e Une goutte d’eau, mostra il continuo conflitto tra la componente conservatrice (che è più evidente in Turchia in questi ultimi anni) e invece il bisogno, fisico e insieme emotivo, di emancipazione.

All’inizio dell’estate, cinque sorelle si fanno il bagno al mare vestite con dei coetanei e salgono sulle loro spalle. Il loro comportamento viene giudicato osceno dalla nonna e dallo zio. Vengono così costrette a restare quasi sempre in casa. Ls scuola viee sostituita da lezioni domestiche su come essere della brave donne di casa. E soprattutto per ognuna di loro viene combinato un matrimonio. Loro però non ci stanno a subire passivamente delle regole così rigide. E, a cominciare dalla ragazzina più piccola, studiano degli stratagemmi per sfuggire dal controllo degli adulti.

mustangGià dalla prima inquadratura (la sorella più piccola che saluta in lacrime la sua insegnante che si sta trasferendo ad Istanbul) sembra esserci un mondo che si chiude progressivamente. Dallo spazio infinito della spiaggia, ai cancelli, ai vetri. Dai vestiti leggeri a quelli più pesanti e tradizionali. La cineasta però riesce ad amplificare tutti i residui di libertà (la scena in cui vanno allo stadio a vedere la partita con un publico di sole donne) e ad alimentare la rabbia e l’istinto di libertà che le protagoniste (soprattutto quella più piccola) hanno dentro. Deniz Gamze Ergüven non ha ancora il tocco magico di Céline Sciamma nel mettere a fuoco le inquietudini adolescenziali anche se c’è un’inquadratura che sembra richiamalo direttamente (le cinque sorelle inquadrate da sotto, unite tutte insieme per l’ultima volta, come se quell’inquadratura fosse già una foto ricordo) e ogni tanto si adagia su situazioni narrative facile e accattivanti (la bambina più piccola che cerca di guidare la macchina.

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Mustang però è un bello spaccato di una società in trasformazione, un inno di speranza di un cambio generazionale che può rappresentare anche una piccola/grande rivoluzione. Inoltre è un film dove sulle protagoniste si sentono migliaia di occhi addosso che oltrepassano anche lo schermo e c’è una mutazione dei luoghi dove la casa-prigione può trasformarsi in un fortino di difesa. La guerra (non) è finita, n un finale forse un po’ troppo studiato ma comunue pienamente coinvolgente.

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