RIFF 2019 – Le ragazze della rivoluzione, di Giancarlo Bocchi

Multietnicità. Ricorre spesso questa parola nel documentario di Giancarlo Bocchi Le ragazze della rivoluzione, presentato in anteprima mondiale come pre-apertura del Roma Independent Film Festival, al via da domani. Pronunciata con la calma olimpica delle giuste da parte delle guerrigliere curde, è una delle caratteristiche precipue che a loro avviso dovrebbe contenere il Kurdistan tanto agognato e che dopo la sconfitta dell’Isis per mano soprattutto loro sembrava quantomeno poter essere cominciato a delineare sulle mappe geografiche. Le cronache recenti (il voltafaccia di Trump e la conseguente fascia di sicurezza imposta da Erdogan attraverso la armi) hanno allontanato questo progetto di riunione e condannato la popolazione curda ad una diaspora che si preannuncia purtroppo ancora lunga secoli.

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Il mediometraggio di Bocchi fa parte del progetto “Freedom women”, una serie di documentari su donne che lottano per la libertà e la difesa dei diritti civili, oltre che in Kurdistan, anche in Cecenia, Afghanistan, Colombia, Birmania e Sahara Occidentale.
Ed è per questo che pur facendosi volutamente calamitare dall’attualità (le didascalie finali che denunciano la presa di posizione dell’autore sulla schizofrenica politica estera statunitense e sulla violenza perpetrata dal membro Nato Turchia) vuole essere soprattutto una testimonianza diretta della vita di alcune di queste ragazze che hanno portato avanti quella che si può definire una doppia rivoluzione. Già, perché le protagoniste del film sottolineano continuamente come per loro la vittoria militare sia stata inestricabile dalla lotta di genere. A partire dai guerriglieri dell’Isis che “credono di non poter accedere al Paradiso se uccisi da una donna” e che di conseguenza nei loro selvaggi raid “ci rendono schiave perché temono la nostra forza“, come dice una combattente curda-irachena. “Il mondo è già pieno di ragazze sposate che pensano solo alla famiglia, io voglio invece lottare per tutti i popoli oppressi” dichiara orgogliosamente una giovane yazida mostrando un idealismo che la fine del Novecento ha evidentemente spento solo in Occidente. Il grande merito di Bocchi è contrappuntare queste alate parole, scevre comunque dalla mera propaganda, alla narrazione audiovisiva della loro vita di tutti i giorni.

 

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Diviso in tre macro-sezioni che prendono il nome rispettivamente da tre località simbolo della lotta curda Kirkuk, Sinjar e Makhmour, il documentario è infatti girato nel Kurdistan iracheno e segue con discrezione il gruppo di militari durante alcune delle operazioni. Gli sterminati paesaggi su cui la mdp indugia a ragione fanno il paio con le città letteralmente sventrate dalla furia dei miliziani di Daesh che nel loro ripiegamento hanno distrutto tutto ciò che si lasciavano alle spalle. Le ragazze della rivoluzione non ripiega però mai su facili e ricattatori pietismi contentandosi nei troppo brevi 47 minuti di durata di lasciare la scena alle più distese ma coriacee discussioni delle giovani in divisa che auto-analizzano le loro esperienze in interessanti sedute. Un’ultima nota proprio sui ridotti mezzi con cui il documentario è girato. Frutto di un crowdfunding dal basso e soprattutto della placida ed integerrima forza del regista sentiamo di sottoscrivere il suo appello affinché sia il servizio pubblico e non sempre e solo l’indipendente di turno a farsi carico di questi reportage. Salotti e Terze Camere televisive ne guadagnerebbero in estensione di sguardo.

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