Ripensare il Fantasy – i 35 anni di Taron e la pentola magica

Il fantasy prima del Trono di Spade. Dopo quella esperienza totale ed espansa che è stato il decennio vissuto insieme ai protagonisti dell’epica saga di George R. R. Martin, è molto faticoso ricordare quale fosse lo stato dell’arte dell’intero genere fantastico. Game of Thrones, con il suo potere mediatico, ha quasi annichilito un immaginario che, anche per la straordinarietà che ci circonda, ora come non mai, ha bisogno più che reinventarsi, di riscoprirsi come tradizione e canone. La serie Hbo, più della trilogia cinematografica de Il signore degli anelli, ha avuto un impatto letale sul gusto di milioni di spettatori. Proprio per aver saccheggiato il political thriller, il mélo operistico, l’horror romeriano e, perché no, le telenovelas, GOT ha trovato strada semplice per affermarsi, diventa così la fine di un percorso ideologico. Chissà se l’iniziativa di Amazon Video di gettarsi sul corpus tolkeniano, con una nuova serie ad altissimo budget, sarà un coraggioso passo avanti o, il triste tentativo di ruotare intorno a qualcosa di già raccontato? Difettando di troppo romanticismo, e per i maligni, magari, anche di bieco conservatorismo, alcuni potrebbero sperare che questa impasse narrativo-concettuale, possa costringere molti autori a ritornare alle basi. Si potrebbe riscoprire un canone che ancora oggi emoziona appassionati, tra giochi di ruolo, boardgame, videogiochi, cartoni animati e vecchi classici. Un linguaggio comune composto da situazioni, personaggi e archetipi, Il viaggio dell’eroe come Bibbia, e una calda ingenuità che, oggi come allora, ha ancora il sapore di casa.

Taron e la pentola magica

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In questa restaurazione fantastica, una delle opere manifesto da recuperare è Taron e la pentola magica, il lungometraggio d’animazione del 1985 diretto da Richard Rich e Ted Berman. Il film, incompreso all’epoca e costretto a una sgradevole e ingiusta damnatio memoriae, è un’opera superata dai tempi, evidentemente segnata da scelte sbagliate e da un percorso produttivo disastroso. La Disney, legata per la sua politica aziendale al mondo ottimista, favolistico e pedagogico (ma mai infantile) dei suoi primi classici, ha trovato nel suo approccio con il fantasy, un mondo incomprensibile e, ai loro occhi, troppo pericoloso. Un universo da abbandonare e dimenticare nel minor tempo possibile. Taron è stata il battesimo del fuoco di una nuova generazione di autori Disney convinta che spingersi verso una narrazione più adulta e abbracciare la dimensione horror della poetica disneyana (presente dai tempi sin dai primi corti di Topolino) fosse la soluzione. Allora i risultati furono deludenti ma rivisto oggi il tentativo non solo suscita simpatia ma convince. L’avventura del giovane porcaio Taron, eroe per caso nel salvare il regno dalle mire oscene del mostruoso Re lich Cornelius, è nella sua basilarità, quasi pedante, un segno, se non dal punto di vista estetico (anche se più di una scena, nella sua crudezza, è di un coraggio affascinante), dal quello contenutistico.

È chiaro che il confronto con il mondo di Tolkien (che detestava cordialmente Disney e il suo lavoro) sia siderale. Il vecchio professore spese una vita a sublimare dalla mitologia e dal folklore nord europeo, un exemplum che cambiò totalmente l’immaginario mondiale. Un lavoro intellettuale (e politico) di un livello superiore. Taron e la pentola magica, soprattutto nel suo adattamento privo di qualsiasi “complicazione” dell’originale di Llyod Alexander, è un’opera diretta, senza pretenziosità, essenziale. La vicenda, più che il lavoro di team di sceneggiatori professionisti, sembra il frutto di divertite fanfiction, l’avventura nata dall’invettiva di un master durante la sessione gioco di ruolo di un venerdì sera. Il film di Berman e Rich, più di tanti altri recuperi anni ottanta fatti in questo periodo, parla a quelle ragazze e a quei ragazzi di tutte l’età che si immedesimano da sempre nei panni di stregoni, cavalieri, maghe e elfi, per evadere in un mondo magico, con tutti i media e strade possibili. Taron è davvero l’ennesima, imperdibile, versione scritta su quel canovaccio vuoto, possibile scenario principesse guerriere, menestrelli furbi, eroi improbabili e malvagi re negromanti, su cui ancora tantissimi si esaltano. Le sessioni infinite di Dungeons and Dragons, le partite a boardgame come il classico Talisman o al recente, meraviglioso VAST – le caverne di cristallo, le incursioni videoludiche di The Witcher, World of Warcraft o Diablo, sono tutte versioni di un’identica storia, riletta allo sfinimento, conosciuta a memoria, che vogliamo sentirci raccontare ancora una volta.

Taron e la pentola magica, con tutti i suoi difetti, con la sua “superata” prevedibilità, è un tassello indelebile di un lungo percorso che, fino al recente, imperdibile Adventure Time (che non  a caso con Taron condivide l’agghiacciante villain principale), che ci racconta una verità: il fantasy è tutti. Tornare alle basi, recuperare quel terreno condiviso che fa di ognuno il master di infinite storie, è forse l’unico atto rivoluzionario di cui si sente davvero il bisogno.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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