Ritorno in Borgogna, di Cédric Klapisch

Le quattro stagioni. Quasi la versione en-plein air di Aria di famiglia, al momento il film migliore di Cédric Klapisch, nel mettere a nudo dinamiche e tensioni familiari. Dove i dialoghi possiedono quell’impianto teatrale che spesso caratterizzano il suo cinema. In un film che però spesso si libera, si apre verso orizzonti lontani tenendo però ferma quella sua ‘poetica del quotidiano’.

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Dalla velocità della trilogia formata da L’appartamento spagnolo, Bambole russe e Rompicapo a New York, alla fissità di Ritorno in Borgogna. Dove non sono più i personaggi che si muovono intorno al luogo, ma il luogo attorno ai personaggi. Con il film alla continua ricerca di un ‘proprio ritmo’, come se cercasse quella stabilizzazione e quell’equilibrio che cercano i suoi protagonisti.

Jean (Pio Marmaï) ritorna a Meursault in Borgogna, dopo dieci anni nel vigneto della sua famiglia, a causa della morte del padre. Nel frattemritorno in borgogna Ana Girardot, Pio Marmaipo, ha girato il mondo e si è fermato temporaneamente in Australia dove vive con la moglie e il figlio. Ora, poco prima dell’inizio della vendemmia, deve occuparsi con la sorella Juliette (Ana Girardot) e il fratello Jérémie (François Civil) di diversi problemi, primo fra tutti la ricerca dei soldi con cui pagare le tasse di successione. Jean inizialmente si deve fermare per poco tempo. Poi passano le stagioni.

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Inizia con una voce off. “Ogni giorno è diverso”. Dove, nella metamorfosi di uno spazio fisso, c’è l’illusione di un palcoscenico che cambia i fondali. In realtà in Ritorno in Borgogna, Klapisch appare concentrato a filmare la natura, a catturarne la variazioni cromatiche attraverso la fotografia di Alexis Kavyrchine, a far sentire il caldo, la pioggia e recuperando anche una ‘grazia’ rohmeriana proprio nel modo di far sentire tutti i suoi rumori. Sospeso tra i flashback del passato e il presente, quella del cinema di Klapisch è al tempo stesso un’altra attenta radiografia familiare, fatta di rancori, frasi non dette ma anche della necessità di liberarsi delle incomprensioni del passato.

ritorno in borgognaCe qui nous lie. È forse molto più in questo titolo originale che c’è il cuore del film. Fatto di litigi furiosi, ma anche di improvvisi gesti di affetto, abbracci come quello tra i tre fratelli o tra Jean con il figlio e la moglie come nel momento in cui lei, dopo che stanno sull’orlo della rottura, gli accarezza la mano mentre sta lavando i piatti. In più, Ritorno in Borgogna si prende i suoi tempi attraverso momenti come la festa della cena della vendemmia, non rinuncia a riusciti siparietti comici come la madre della moglie di Jérémie che li va a svegliare sempre nell’unico giorno festivo, e soprattutto le soggettive sui personaggi guardati da lontano su cui vengono inseriti dei dialoghi di fantasia, come nella scena in cui Juliette sta per rimorchiare o nell’imitazione del suocero di Jérémie. Quasi gag da film muto, una necessità probabilmente teorica nella ricerca di Klapisch dell’autonomia della gestualità rispetto alla parola.

A convincere di meno sono solo alcune soluzioni di incrocio passato/presente. Con Jean da piccolo che incontra quello adulto. Sovrapposizioni, doppie età in un giochino fine a se stesso e inefficace che però non altera sensibilmente Ritorno in Borgogna. Dove Klapisch segue ancora le facce giuste, in particolare ana Girardot ma anche Pio Marmaï e François Civil. E ritrova quell’ispirazione che nei suoi viaggi intorno al mondo o negli incroci ‘altmaniani’ tra i personaggi (Parigi) sembrava dominata dalla struttura. Qui invece conta la simbiosi tra i luoghi e i personaggi. Dove emerge la malinconia del tempo che passa e la necessità di capire qual è il momento giusto in cui si ha la consapevolezza di essere momentaneamente felici.

Titolo originale: Ce qui nous lie

Regia: Cédric Klapisch

Interpreti: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, Maria Valverde, Eric Caravaca

Distrbuzione: Officine Ubu

Durata: 113′

Origine: Francia 2017