Ritorno su "Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi", di Brad Silberling

Ecco la storia più nera per ragazzi che sia mai stata pensata e scritta da mente umana, un racconto cupo quanto divertente, fantastico quanto straordinariamente verosimile, che sembra di colpo far impallidire tutte le storie per ragazzi degli ultimi decenni. E l'adolescenza ritorna quel luogo terribile da cui dover fuggire in fretta…

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 "Avevo dieci anni e non permetterò mai a nessuno di dire che questa è l'età più bella della vita"…   E' possibile riutilizzare, riadattandola all'età dei protagonisti del film, quella sorta di motto giovanile che, negli Anni Sessanta, fece tornare di moda Aden Arabia di Paul Nizan? Il romanzo-pamphlet  dello scrittore e polemista francese – amico fraterno di Jean Paul Sarte – è degli Anni Trenta, ma tornò in auge in epoca pre-sessantotto, perché segnava il bisogno-desiderio di una rabbia giovanile contro un mondo affatto costruito a misura dei ventenni. "Avevo vent'anni e non permetterò..:", quasi un monito, un urlo liberatorio, un imperativo categorico. Possibile, oggi, XXI secolo, quando Paul Nizan è morto 66 anni fa (a Dunquerque, nella fuga dall'attacco nazista del 1939) riadattarlo a una commedia per ragazzi? Si. E' possibile. Soprattutto se questa commedia è tratta da una serie di racconti – che qualcuno, forse impropriamente ma con grande fascinazione "marketing oriented", ha definito l'anti-Harry Potter – di uno scrittore che sembra quasi godere nel raccontare di quel "grande luogo orribile" della nostra vita che è l'adolescenza.  Lemony Snicket è davvero un perfido e misterioso costruttore di storie che più che "per" bambini sembrano quasi scritte "dai" bambini, per quel misto di cattiveria inconsapevole, e di minaccioso e sinistro che attraversano tutte le sue storie. Sono undici i libri finora scritti da questo trentaquattrenne che pare abbia il nome di Daniel Handler, ma davvero sembra arrivato qualcuno che – letteralmente – è rimasto bambino e dal profondo del suo immaginario – che è molto più nero di quanto noi vogliamo e speriamo che sia quello dei bambini – ricaccia delle storie terribili, dove gli adulti sono i veri luoghi mostruosi della nostra infanzia.

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Se questa storia capitava nelle mani di un "esecutore" qualsiasi ci saremmo trovati di fronte al solito prodotto hollywoodiano ben fatto e, magari, ben scritto. Ma tutto sarebbe rimasto dentro i limiti, i confini ben delineati di un cinema che ha il compito di "normalizzare" il presente. Peccato però che questo mondo sinistro e terribile in cui i giovanissimi protagonisti ritrovano a vivere, è finito nelle mani di uno dei cineasti più sensibili e dotati dei nostri anni, Brad Silberling (Casper, Moonlight Mile). Il quale è assolutamente incapace di non mettersi completamente in gioco quando si trova di fronte a una storia, anche se – apparentemente – non gli appartiene. E, come nessuno a Hollywood, alla fine riesce sempre a regalarci la stessa storia, pur in ambiti e contesti completamente lontani e diversi. E' il sottile filo, tra la vita e la morte, tra corpi che scompaiono nel "fuoricampo" della storia, senza necessità di ricorrere ai flashback perché la morte è comunque alle nostre spalle, come un qualcosa di aleatorio e invisibile eppure palpabile, presente. Ma si può parlare di morte, in una storia di bambini? Si può. Perché se la morte rappresenta la più grande rimozione del nostro mondo adulto, che non accettiamo di vivere pensandoci troppo come esseri "morenti" e che quindi preferiamo non convivere con questa maledetta incombenza, gli adolescenti no, non hanno questo tipo di freno inibitorio dell'immaginario. Sono ancora liberi, di vivere e immaginarsi come corpi immortali e allo stesso tempo fantasmatici, dove la morte è qualcosa di terribile ma non di "defintivo", quasi come se fossimo di fronte a un salto nel vuoto alla Wile Coyote.

Ma le avete mai sentite le storie che si inventano i ragazzi? E ricordate quelle che inventavate voi a quell'età? Forse solo Stephen King, con il suo immaginario sporco e devastato (ricordate quel dolce e meraviglioso racconto che era Stand By Me? Non era una storia di contatto primario con l'idea di morte, con quel corpo privo di vita ritrovato lì, nel bosco?) aveva percorso questi territori pericolosi e inattraversabili. E invece Silberling che da sempre ha quest'ossessione nelle sue storie, non si fa problemi, e subito scaraventa questi tre ragazzini nel mondo terribile della morte adulta. Klaus, Violet e Sunny Baudelaire, i tre bambini protagonisti del film, perdono subito tutto quello che è possibile perdere: la casa, i genitori, la tranquillità di una vita borghese, vissuta al calore familiare. Tutto il loro mondo, i libri di cui si nutrivano nella grande casa, tutto va perduto in un disastroso incendio, che diventa il luogo fatale da cui iniziano le storie. L'evento mortale è fuori campo. Come in Moonlight Mile, dove non vedremo mai come sono morti i rispettivi compagni dei due giovani protagonisti della storia. In campo ci sono solo le macerie. Della casa bruciata, della loro vita ormai dispersa. E, per i tre giovani Baudelaire (che cognome importante, sono davvero loro i "fiori del male"?), inizia il lungo viaggio verso l'ignoto. Non è forse questa la vita? Ma la storia finirebbe qui se i tre trovassero rifugio in una comoda e rassicurante casa con una zia che gli prepara i pasticcini…

No, ragazzi, ma vi ricordate la vostra adolescenza? L'adolescenza è un tunnel, dove l'uscita è sempre lontana, molto lontana. Ed eccoli improvvisamente ritrovarsi in casa del peggiore zio possibile e immaginabile del mondo: il conte Olef. E qui troviamo il corpo comico più folle e mutante e travolgente di questi anni, Jim Carrey. Che non si trattiene neppure un po' in questo ruolo dove può scatenane liberamente tutta la cattiveria repressa che ognuno di noi trattiene nella vita quotidiana perché le convenzioni sociali ci trattengono. E  Olef è cattivo, ma proprio tanto cattivo. Tanto da essere persino simpatico per l'assoluta mancanza di pietà che caratterizza il suo personaggio. Olef è il moderno orco dell'infanzia reale, non di quella immaginaria. Non muore mai ed è sempre pronto a ritornare alla carica sotto nuove vesti. E mentre "noi" ragazzi spettatori sappiamo e vediamo con gli occhi di Violet, Klaus e Sunny (che non parla ma i sottotitoli le danno una consapevolezza ironica del reale tale da farla assurgere a una sorta di coro greco che continuamente sottolinea l'assurdità della storia), gli adulti no. Proprio non riescono a vedere. Eppure il male ce l'hanno davanti agli occhi, è evidente.  Ma non lo vedono. Non lo vediamo. Vediamo forse il mondo in autodistruzione che stiamo giornalmente uccidendo con l'inquinamento e il buco dell'ozono? Non lo vediamo, fino alla prossima grande onda che ci sommergerà tutti.


E allora Lemony Snicket è il grande film della visione proibita dell'infanzia, luogo da cui necessariamente fuggire – con la crescita, la consapevolezza, ma anche con l'ipocrisia della vita adulta – ma che segna definitivamente lo spartiacque della nostra coscienza, vero e proprio luogo del "non ritorno". Come la morte. E infatti l'adolescenza la rimuoviamo, continuamente, anche quando si riaffaccia nei nostri sogni. Ci vergogniamo di avere ancora degli incubi da ragazzi. E invece, se li sapessimo "acchiappare" sarebbero la nostra salvezza.  Ecco perchè il "giovane Golden" voleva acchiapparci per non farci cadere nel burrone dell'età adulta. Ma non c'è riuscito. E oggi Silberling e Lemony Snicket ci riprovano. Buona fortuna ragazzi.


 


 


 


 


 


Lemony Snicket


Regia: Brad Silberling


Sceneggiatura: Robert Gordon


Fotografia: Emmanuel Lubezki


Produttori: Laurie Macdonald, Walter F. Parkes, Jim Van Wick


Interpreti: Jim carrey (Conte Olaf), Jude Law (voce Lemony Snicket), Liam Aiken (Klaus Baudelaire), Emily Browning (Violet Baudelaire), Timothy Spall (Mister Poe), Billy Connolly (Zio Monty), Maryl Streep (Zia Josephine),

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