Ritratto di signora, di Jane Campion

C’è sempre nell’adattamento di un’opera storica, specie se popolare come questa: Ritratto di signora di Henry James, il duplice pericolo di restare troppo incollati al testo – facendone quindi una semplice trasposizione in costume – o viceversa di forzarne il senso per renderlo attinente al presente. James convogliò in esso la realtà del suo tempo, il periodo vittoriano; questioni per lui importanti, il confronto tra Vecchio e Nuovo mondo; e una certa interiorizzazione nel descrivere i personaggi. Nel rispetto di questi elementi, Campion abbandona in parte il punto di vista dello scrittore e trascende il tempo, portando la protagonista (una giovane Nicole Kidman) a dialogare con noi.

Nella prima scena, sui titoli di testa che ancora scorrono, si sente la voce di alcune donne che scambiano pareri sull’amore, su cosa si prova nell’istante prima di essere baciati, sull’importanza della fedeltà; le voci diventano volti e corpi, che si stendono sul prato, ascoltano musica da un walkman, danzano e guardano sorridenti in macchina. Sguardi di oggi che si riflettono negli occhi della nostra eroina, creando un ponte empatico doloroso da attraversare. Ci troviamo ora nell’Inghilterra del 1873, dove la ventitreenne e americana Isabel è ospite di sua zia; la ragazza rifiuta alcune proposte di matrimonio da parte di ricchi pretendenti (uno di questi è Viggo Mortensen) preferendo girovagare per il mondo e fare esperienza della vita. Durante uno dei suoi viaggi, a Firenze, incontra un affascinante dandy (John Malkovich) il quale comprometterà per sempre la sua indipendenza trascinandola in una parabola drammatica.

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L’epoca delle eroine tenaci, libere da pregiudizi, in grado di sovvertire con la propria indole l’infelice futuro che il destino ha preparato loro (pensiamo a Jane Eyre) sta voltando la sua ultima pagina; ancora animata da uritratto di signora_campionno spirito libero e ribelle, Isabel resta vittima dei sentimenti – quell’amore negato ad altri e poi concesso, sotto inganno e manipolazione, a un uomo che si rivelerà meschino ed egoista. Campion concentra nel suo Ritratto di signora la complessità della figura femminile costretta a confrontarsi con un’idea d’amore completamente distorta dall’ideale letterario a cui siamo abituati: uno slancio romantico che non trova una sua controparte maschile combaciante e totalizzante. La macchina da presa insegue la protagonista nelle sue corse disperate, cerca di sondare le sue insicurezze nei piani obliqui. Ma al di là dei movimenti di camera, a volte ridotti a un gioco espressivo e autoreferenziale (i filmini in bianco e nero delle vacanze), sono soprattutto le musiche di Wojciech Kilar a dare profondità e corpo agli stati d’animo dei personaggi. Il film si allarga così, pian piano, a una coralità a suo modo sofferente: accanto a Isabel ci sono infatti la figliastra Pansy (Valentina Cervi), sottomessa alla rigida educazione del padre per il quale rinuncia a sposare un ragazzo di cui è innamorata, e madame Merle (Barbara Hershey), che vive ai margini della società portando una croce ancora più pesante. Campion, come abbiamo detto però, non sposa in pieno la visione di James e sceglie per la protagonista un finale diverso e più coerente con il nostro presente; un finale non ingabbiato nelle maglie del destino e comunque amaro, che lascia aperta una (minima) possibilità di cambiamento.

 

 

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Titolo originale: The Portrait of a Lady
Regia: Jane Campion
Interpreti: Nicole Kidman, John Malkovich, Barbara Hershey, Martin Donovan, Valentina Cervi, Christian Bale, Viggo Mortensen

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Durata: 142’
Origine: Usa 1996

Domenica 4 giugno, ore 21:15, Premium Emotion