Roberto Faenza e il cast raccontano Anita B.

Il 16 gennaio esce nelle sale Anita B., storia di una ragazza sopravvissuta ai campi di concentramento che rifiuta di dimenticare l’esperienza drammatica appena trascorsa. Il film, che verrà proiettato nel Giorno della Memoria al museo di Yad Vashem di Gerusalemme, ha incontrato in Italia problemi legati alla distribuzione: "Quando ho detto che sarebbe stato un film sul dopo Auschwitz c’è stata una sorta di terrore tra gli esercenti", ha commentato Roberto Faenza. Insieme al regista sono stati presenti presenti Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvárt, Antonio Cupo, Moni Ovadia, Jane Alexander, i produttori Elda Ferri e Luigi Musini, il musicista e compositore Paolo Buonvino.

Come nasce l’idea del film?


Roberto Faenza: Il film è tratto dal libro Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck (Garzanti). All’inizio non volevo leggerlo, poi Furio Colombo mi ha convinto. Mi sono reso conto che non era la solita storia sui campi di concentramento. Inoltre non ho mai visto film che parlino del periodo dopo la Shoah. Primo Levi ha scritto La tregua, ma tratta del suo viaggio di ritorno in Italia. C’è un esempio bellissimo in Napoli milionaria quando Eduardo torna dalla guerra e nessuno vuole invitarlo a pranzo perché si vergognano di lui e di quell’esperienza. La stessa cosa succede ad Anita: la sua famiglia preferisce dimenticare. Soltanto che la rimozione vera e propria avviene quando ti liberi dal ricordo che ti opprime.

Il personaggio di Eli è negativo anche nel libro?
Roberto Faenza: Nel romanzo Eli è più negativo rispetto al film. Secondo me è un ragazzo molto giovane che viene fuori da una situazione difficile. Mi sembra umano, non lo vedo così negativo. Quando con Anita mette in atto la sua filosofia – con le donne basta abbassare i pantaloni – capisce che non coincide con quella della ragazza e cerca di rimediare.

 

Andrea Osvart in Anita B.Come avete lavorato sui vostri personaggi?
Andrea Osvárt: Il film è tratto dal romanzo di una scrittrice ungherese e io sono ungherese, quindi ho pensato di essere adatta. Dopo che mi hanno presa ho avuto un po’ di timore perché il personaggio che interpreto, Monica, è piuttosto contraddittorio. È una donna che ha tanta rabbia dentro. Non ho vissuto la guerra ma ho comunque provato dolore quando mi sono allontanata dalla mia famiglia. Dopo Sanremo, nel 2008, ho voluto cambiare percorso. Non sono fan della tv ma del cinema. Sono stata in America per due anni per ripulire la mia immagine, tornando al cinema italiano con Maternity Blues di Fabrizio Cattani.

Robert Sheehan: Robert non è un personaggio soltanto negativo. Con il regista abbiamo voluto approfondire le motivazioni che lo spingono ad agire così. L’essere umano è comunque fatto di contrasti, luci e ombre. Fondamentalmente è una persona fragile che ha perso la fidanzata in un modo orribile. E nel film Robert dice proprio che l’ultima cosa che vuole fare è avere un figlio in un mondo in cui tutti si odiano.

Eline Powell: All’inizio è stato difficile interpretare il mio personaggio. Al provino avevamo poche scene, ero all’oscuro del suo percorso. Quando ho letto il copione ho trovato che Anita fosse un ruolo affascinante, perché non è una ragazza che si mette a piangere in un angolo, ma cerca di riacquistare ciò che ha perduto, l’amore e l’affetto di una famiglia. Anche se nel film non vediamo Auschwitz, sappiamo che lei ne conserva il ricordo. Ho fatto molte ricerche per prepararmi, sono stata in un campo di concentramento in Belgio. Quello che ho visto non lo dimenticherò mai. Anita, pur essendo sopravvissuta, doveva dare la speranza, essere testimone per gli altri del suo spirito di sopravvivenza.
Tornando al personaggio di Robert, anch’io pensavo fosse negativo; poi ho capito che in realtà con il suo fascino avrebbe fatto perdere la testa a qualsiasi ragazza.

Moni Ovadia: Non mi sento particolarmente meritevole nell’aver interpretato Zio Jacob perché ho nuotato nel mio stagno, nel senso che mi sono spesso occupato di cultura yiddish. Il mio personaggio rappresenta qualcuno che viene da un altrove, che non è stato nei lager, forse un combattente dell’Europa dell’est. Il suo compito è di restituire alle persone fiducia nella vita. Non è un sionista ma è lì per aiutare gli altri a fare le loro scelte, in quando il centro radiante dell’etica ebraica è la celebrazione della vita. E lui afferma proprio che l’energia vitale non si è mai estinta.

roberto faenza sul setJane Alexander: Io interpreto Sara, la traghettatrice, un personaggio buono che esaudisce i desideri dei ragazzi che vogliono tornare a casa. È stata una bella esperienza, anche se rimprovero ancora Roberto di non avermi fatto usare la pistola.

Il lavoro sulla scelta delle musiche?
Paolo Buonvino: Uno dei messaggi del film è la capacità dell’uomo di riscoprire la vita e la gioia. La musica, che è l’attore invisibile in un film, non doveva parlare dal punto di vista etnico e filologico, ma dare ad Anita la possibilità di vedere oltre ciò che gli è capitato. Quindi ho cercato di trasmettere questo fuoco vitale che spinge la ragazza ad andare avanti.

Perché non avete deciso di far uscire il film nel Giorno della Memoria?
Roberto Faenza: Il film esce una decina di giorni prima. Trovo che parlando sempre di Olocausto si rischia di saturare la nostra attenzione verso questo evento drammatico. Il nostro paese dovrebbe sentirlo come importante. E invece siamo senza memoria. Uno dei grossi problemi è la televisione. Tutto ciò che trasmette si dimentica il giorno dopo. Il cinema riesce ancora a ricordare. Per questo Anita B. non è un film sull’Olocausto ma sull’esercizio della memoria.