Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti

Nel passato, un nostro professore di liceo, grande appassionato di cinema e divulgatore di cultura cinematografica soleva dire, con sicurezza, che Rocco e i suoi fratelli aveva fatto arretrare di dieci anni le lotte operaie. Non intendiamo commentare il giudizio, né soffermarci sulle ragioni che l’avevano generato, erano altri tempi durante i quali si viaggiava organicamente dentro i palinsesti culturali e l’opinione sugli eventi di qualsiasi tipo era filtrata da una coscienza politica diffusa che giudicava l’opera in funzione della sua aderenza ad un cammino sociale che fosse legato al miglioramento delle condizioni collettive. Anche l’opera di Luchino Visconti, controverso autore diviso tra le sue origini aristocratiche e la sua netta impronta politica, doveva soggiacere a questi giudizi che costituivano corollari del centrale teorema che interessava artisti e intellettuali e si sviluppava attorno alla opposizione generale all’establishment come costante moto di ribellione che ogni evento d’arte o culturale in genere sembrava dovesse contenere.Rocco e i suoi fratelli, 1960


E per la verità il film di Visconti sembra piantare bene i piedi nel proprio tempo in quel cruciale 1960 e pur con la struttura drammaturgica classica, conformata sull’archetipo della tragedia greca che meglio di ogni altra struttura riesce a tradurre i temi primitivi della crisi dei profondi legami familiari e del loro corrompersi al mutare delle condizioni esistenziali, diviene una specie di ideale prosecuzione di La terra trema. La Sicilia epica di Verga, racconta, ancora una volta, la sua infelicità, ma questa volta lontano dagli scogli e dal mare per approdare alla metropoli nebbiosa, infida e ammiccante. Nato da una sceneggiatura a scritta da Luchino Visconti, Suso Cecchi d’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli, Rocco e i suoi fratelli oggi è di nuovo in sala quale ulteriore tassello della politica di recupero attivo della memoria condotta, ormai da qualche tempo, dalla Cineteca di Bologna.
Rocco e i suoi fratelliRocco Parondi (Alain Delon) raggiunge, con la madre (Katina Paxinou) e i fratelli Simone (Renato Salvatori), Ciro (Max Cartier) e Luca (Rocco Vidolazzi), il fratello Vincenzo (Spiros Focàs) che già lavora a Milano da anni. Milano e le sue drammatiche contraddizioni trasformano i rapporti familiari e i contrasti tra i fratelli generano la tragedia che si completa con l’ingresso di Nadia la prostituta, una conturbante Annie Girardot, che si innamora di Rocco e di cui si innamora Simone. Al centro la disgregazione di ogni rapporto familiare, di ogni fraterna solidarietà. Il cinema di Visconti, nel raccontare il dissolvimento dei valori, ha sempre privilegiato il consumarsi di queste tristi passioni all’interno degli stretti rapporti familiari accrescendo di altri significati quei temi e quella decadenza che costituisce il filo rosso che le ga il suo cinema e in fondo anche la sua biografia. Da La terra trema a Gruppo di famiglia in un interno, senza citare Rocco e i suoi fratelli, Delon e Stoppatutto ciò che sta in mezzo e compreso L’innocente il tema dominante è sempre quello dei legami di sangue e del loro decomporsi. Rocco e i suoi fratelli è forse il film che assorbe pienamente questa poetica e sembra restituirla intatta, riuscendo, nel contempo, a raccontare una Milano grigia e inospitale guardata con gli occhi di chi la raggiungeva pieno di speranze che sarebbero, alla lunga, state deluse.
Il cinema di Visconti è stato sempre contrassegnato da una propria naturale e grandiosa estensione scenica alla quale spesso corrisponde una potenza visiva accecante (Il Gattopardo) oppure il racconto di anime perdute o dell’eroe romantico (Ludwig) o, ancora l’epica della miseria siciliana (La terra trema). Visconti non aveva mezze misure e il suo era un lavoro sempre improntato al melodramma nella sua versione teutonica dalle forti tinte e dai devastanti sentimenti. Un cinema che racconta l’autodistruzione (Vaghe stelle dell’orsa) e che traduce con Rocco e i suoi fratelli il tema sociale dell’immigrazione dal sud al nord in epos familiare attraverso le venature bibliche della storia di Giuseppe e i suoi fratelli così sapientemente e grandiosamente raccontata da Thomas Mann nella sua fluviale tetralogia.
Rocco e i suoi fratelli, Annie GirardotMa il film, come sempre accadeva nel cinema del colto Visconti, trova i suoi punti di fuga in altrettante suggestioni che la cultura dell’epoca e della tradizione suggerivano al suo autore. Il romanzo di Giovanni Testori Il ponte della Ghisolfa, ritratto della Milano delle periferie tra piccolo malaffare e ragazzi di vita, è la scintilla vitale della complicata vicenda che vede protagonista Rocco Parondi, vero traghettatore di anime da una civiltà rurale, se non arcaicamente contadina, verso una modernità che diventa incomprensibile nella metropoli più avanzata d’Italia metafora esplicita della perdizione per gli spiriti deboli. La forza di Rocco è la pazienza e la determinazione, che non si ferma neppure nei momenti più drammatici della vicenda che vede coinvolti i suoi fratelli con lo sgretolamento successivo e inevitabile dei valori di una tradizione antichissima che sembrava inviolabile. Il film di Visconti attinge a piene mani dal racconto di Rocco e i suoi fratelli, Girardot e SalvatoriThomas Mann soprattutto nella frattura degli equilibri culturali che determinano il complicarsi della storia. All’origine c’è l’esodo, che se in Giuseppe e i suoi fratelli era tensione e desiderio verso la Terra Promessa, qui diventa negazione assoluta di ogni immaginata promessa e svilimento e depauperamento di ogni tradizione culturale conclamata e introiettata per secoli. Basta poco alla civiltà dei consumi e al progresso senza sviluppo, di pasoliniana memoria, per catturare le anime fragili dei fratelli di Rocco in una spirale in cui si cancella il passato. Visconti, a differenza di Pasolini, è interessato alle anime dei suoi personaggi e scandaglia il loro cuore, percepisce i loro volti e drammatizza le loro vite in funzione melodrammatica, attingendo, nel disegno complessivo dei suoi personaggi, al racconto di Dostoevskij e a L’idiota in particolare, confermando la policentricità di un’opera che ad ogni visione sembra restituire una nuova impressione, un nuovo emozionante livello di lettura.
Rocco e i suoi fratelli, ViscontiStaremmo ore a parlare di questo racconto così intimamente legato ad una contemporaneità che non sembra passare di moda, così come non passano di moda i caratteri ispiratori di questa vicenda che oggi sembra quotidianamente ripetersi tra i volti dei nostri immigrati obbligati, ancora una volta, a rinnegare tradizioni e culture per adattarsi al modello occidentale moneta di scambio necessaria per sopravvivere. Il nostro cinema racconta incidentalmente di questa condizione, ma Visconti l’aveva anticipata con grazia autoriale inimitabile. Rocco e i suoi fratelli diventa così il canto del cigno di un’Italia che si sgretola e di valori che si frantumano davanti all’orribile nuova condizione del benessere. È il prezzo che si deve pagare per essere accettati dentro una modernità inaccettabile. È proprio da questi spunti che due autori così lontani tra loro, con poetiche e strutture del tutto differenti, se non opposte, come Visconti e Pasolini, da strade diverse sembranoRocco e i suoi fratelli, Alain Delon_1 arrivare, malinconicamente, allo stesso risultato incontrandosi sulla via di una impossibile riconciliazione tra modernità e tradizione. È forse in questa inaccettabilità di una modernità ragionata e necessaria, possibilmente programmata, che il nostro professore, fiducioso nell’avvenire, vedeva il freno che questo film aveva determinato per le lotte operaie. Purtroppo Visconti aveva visto più lontano e l’analisi immediata, sfugge ad un radicarsi di una visione più complessiva che il film sembra restituire a piene mani. In questa epica lettura di una evoluzione sociale che diventa crisi costante e inarrestabile, Rocco e i suoi fratelli si fa pietra angolare di un cinema che perde la visionaria forma di Ludwig o di Il Gattopardo per raccontare il travaglio di quelle anime e la tragedia dello sradicamento e della solitudine di Rocco, epico condottiero di un esercito già sconfitto e senza voglia di rivincita.

 

Regia: Luchino Visconti

Interpreti: Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Giradot, Paolo Stoppa, Adriana Asti, Claudia Cardinale

Distribuzione: Il Cinema Ritrovato – Cineteca di Bologna

Durata: 180′

Origine: Italia/Francia 1960