Rocco tiene tu nombre, di Angelo Orlando

Ci sono storie che puoi raccontare solo se pratichi un cinema veramente indipendente – budget ridotto, un limitato numero di giorni di ripresa, attori che conosci, che ti sono amici, che hanno condiviso, con te, parole, sogni, birre a manetta.
È un cinema meraviglioso, questo. Un cinema che ti permette di attraversare territori poco battuti, imprevedibili, pieni di rischi e di incertezze. Un mondo anomalo, fantastico, capace di generare in chi ti ascolta pensieri e memorie, cose che ti porterai dentro per un bel po’ di tempo, un bagaglio prezioso, fatto di materiale resistente, impertinente, indecente, indicibile, dove ci devi mettere del tuo e che, una volta finito, diventerà una casa, qualcosa in cui il tuo pensiero amerà abitare.
Il cinema di Angelo Orlando è questa cosa qui: ricco di fluttuazioni, anomalo, meravigliosamente impreciso, capace di attraversare mondi secondo le strategie del voluttuoso e del sensuale, un territorio dove i sentimenti e l’amore la fanno da padrone – per questo “impreciso”: non esiste possibilità di definire confini, di stabilire ragioni. Tutto si muove entro un flusso continuo, un flusso che è generato dall’inconscio, dalla liquidità di pensieri instabili.

E’ quello che succede in Rocco tiene tu nombre: il mondo magico che avvolge la storia cerca di tenere assieme i fili del ricordo, del senso dell’amicizia, della necessità devastante che l’amore genera. Il racconto sembra venir fuori da un desiderio e da una ricerca, dall’ipotesi che la nostra vita sia più larga di quel che sembri, più abbondante, che debordi in un altrove fantastico che, in qualche modo, intuiamo ma che non riusciamo a definire. Per questo, nella storia, s’incrociano vari destini, tanti sentimenti, emozioni infinite di cui ci sfugge la logica.
Quanti mondi dobbiamo attraversare prima di capirci qualcosa? Angelo Orlando non dà soluzioni, non ipotizza finali – preferisce accompagnarci all’interno di un mondo governato dai sogni, dalle pulsioni, dai godimenti, dalle incertezze, da certe disperazioni infinite.
Le due figure maschili (Bobo/Rocco) intrecciano la loro vita, se la scambiano ma i problemi rimangono gli stessi, le soluzioni si inseguono, i dolori persistono. Essere abbandonati, perdere un amore importante, tentare un recupero capace di mettere a posto le cose, capace di ricostruire un equilibrio che, ovviamente, non può esserci. E se la nostra donna si innamora di un’altra donna, lo choc genera un surplus di stupore che, qui, viene gestito con piglio drammatico (non c’è ironia ma solo un dolore, il dolore acuito dal ricordo, dalla nostalgia).
Cambiare il corso delle cose, delegare, passare la palla a un compagno intimo, immaginato che, magicamente diventa reale, s’intrufola nella nostra vita e ci prende tutto.
L’alternativa è ricominciare daccapo, farsi forte di nuove esperienze, rimettersi in gioco nel tentativo ultimo di riconquistare il proprio territorio – un territorio non particolarmente amato, voluto, desiderato.
Bobo è costretto a partecipare a questo percorso mitico fino all’ultimo passaggio: l’esperienza di morte che gli permetterà, finalmente, di rinascere. Ma è un rinascere che non si porta dentro nessun eroismo, nessuna clamorosa trasformazione. È una magia capace “solo” di una presa di coscienza breve, profonda, personale, dicibile, chiara.

E Angelo Orlando rimane giustamente entro le dinamiche che solo la poesia può permettere: il suo tocco lieve lo ritrovi nelle parole dei personaggi, negli sguardi degli attori, nelle perplessità e nei dubbi che le emozioni, spontaneamente, generano. Non si mira a ricomporre il quadro, a chiudere un cerchio, a tranquillizzarci con il recupero di un senso (affinché tutto abbia un senso). Qui ci si accontenta di riuscire a potersi dire: ho fatto bene, le cose dovevano andare proprio in questo modo, non ci sono altre vie, altre soluzioni. Il godimento è nell’aver trovato qualcuno che è stato veramente capace di starci accanto, magari solo per un attimo. Qualcuno a cui abbiamo permesso di entrare e che è stato capace di toccarci l’anima, quella cosa che non è dentro di noi ma attorno a noi, quel giardino impalpabile ricco di armonie e di buoni odori.

 

Regia: Angelo Orlando
Interpreti: Michele Venitucci, Fabio Ferri, Patrizia Barbieri, José María Blanco, Leonardo Brunelli, Xavier Capdet, Carla Lladó, Esther Cuspinera, Marina Esteve.

Musiche: Saro Cosentino

Durata: 94′
Origine: Spagna, Italia, 2015