Roma Blues, di Gianluca Manzetti

Commedia, noir, hard boiled, a tratti musical, sentimentale, grottesco. Gianluca Manzetti gioca coi generi e tira fuori dal cappello un esordio interessante e bizzarro. In sala dallo scorso 6 giugno

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Gianluca Manzetti firma con Roma Blues il suo esordio alla regia di un lungometraggio e dimostra coraggio nel pensare fuori dagli schemi, anzi fuori dagli schermi, in questo caso delle piattaforme e degli smartphone, e tira fuori dal cappello un film che trasuda cinema, che parla di cinema e d’amore.

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In una Roma torrida e inondata di rifiuti, Al (Francesco Gheghi) è un giovane musicista rock and roll che sogna di sfondare con la sua piccola band. Ma la realtà intorno non è d’accordo e così uno per uno lo abbandonano i membri, lo abbandona la fortuna e la convinzione di essere destinato a qualcosa di grande. La premessa di Roma Blues è una desolante metafora della realtà a cui vanno incontro generazioni di trentenni nella società attuale (a cui anche il regista appartiene) che rinuncia ogni giorno a piccoli o grandi sogni, scontrandosi con una realtà di feroce competizione e precarietà. Al lavoricchia in un Far West Village che non gli permette nemmeno di saldare il suo debito con il padrone del Roma Blues, la locanda nel cui sgabuzzino è stato ricavato un mediocre studio di registrazione.

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Ma a risollevare le sorti di Al è una rocambolesca avventura che si nasconde dietro l’angolo: il ragazzo trova un telefono sospetto con dentro il video di un omicidio. La commedia incontra così il noir e Al, grande amante del cinema di questo genere, si convince di poter risolvere da solo il caso. Da questo momento l’ironia fa da padrona, insieme al continuo ribaltamento dei generi che il regista prende in prestito. Le indagini solitarie di Al diventano presto condivise con il personaggio femminile Betty (Mikaela Neaze Silva), la femme fatale di questa storia, verrebbe da dire. E invece no, Betty è solare, reale, moderna, praticamente il contrario di Al.

Così come, al contrario, sarà proprio lui “la femme fatale” che trascinerà Betty in un vortice di violenza e paura. Si fa per dire. Sì perché Roma Blues non si prende mai sul serio, e allo stesso tempo non rivela mai quanto seriamente i nostri personaggi siano in pericolo. Le indagini non hanno basi solide né filo logico, così come i dialoghi tra Betty e Al, le situazioni assurde in cui i due s’imbattono casualmente: tutto sembra uscito da uno di quei film davanti ai quali il protagonista passa le notti. Forse un suo sogno lucido, forse come vorrebbe che fosse la vita.

In questo Roma Blues fa centro: lo spettatore si ritrova come un bambino davanti a un gioco di ruolo, per cui le mura di casa diventano scenografia immensa di un mondo fantastico. Così è anche per Al: insegue il brivido del crimine e veste i panni dei suoi idoli investigatori privati. A quel punto Gianluca Manzetti entra ed esce sapientemente dal punto di vista del protagonista e le maestose indagini si rivelano essere approssimative, gli incredibili mezzi di spionaggio si rivelano inutili – come il binocolo che Al usa per guardare a pochi metri di distanza, fino a che Betty non gli rivela che “si vede meglio senza” – tutto questo rende Roma Blues un sogno ad occhi aperti che fa continuamente sorridere.

Il contenitore di Roma Blues ha un’atmosfera vintage e nostalgica che si scontra continuamente con una modernità meno affascinante fatta di dating app, geolocalizzazioni, musica trap e monopattini. Una realtà con la quale Al impara a far pace perché s’innamora di Betty, che la rappresenta a pieno. È ottimo il lavoro della scenografia e della fotografia, che rendono Roma brillantemente decadente, coi colori accesi dei cantieri che spuntano da ogni angolo. Quello di Gianluca Manzetti nel suo primo lungometraggio è uno stile che ha rielaborato in chiave cinematografica una certa estetica recentemente imposta da meme e social network, che sa omaggiare il cinema che ama – Detour, Chinatown, Fargo, L’infernale Quinlan fino a spingersi a un momento musical alla La La Land.

Ma soprattutto, forma e contenuto non solo stanno bene insieme ma costruiscono un discorso sul cinema, sull’intrattenimento e sul tema principale del film, la crescita personale.

Regia: Gianluca Manzetti
Interpreti: Francesco Gheghi, Mikaela Neaze Silva, Lidia Vitale, Alessandro Bernardini, Gianmaria Martini, Gabriele Falsetta, Mino Caprio, Fabrizio Ciavoni
Distribuzione: ART FILM KAIROS
Durata: 86′
Origine: Italia, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
Sending
Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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