Roma Fiction Fest 2012 – Il bilancio

Si è appena conclusa, con una premiazione che è riuscita a dare riconoscimenti a tutta la tv italiana, da Montalbano a Il delitto di Via Poma,  la sesta edizione del Roma Fiction Fest, la kermesse televisiva, a detta dei suoi organizzatori, più importante di Europa. Nonostante molti (detrattori) l’abbiano sempre considerata uno spreco di soldi del contribuente, un pomposo carrozzone dove si celebra il meglio (e spesso il peggio) della televisione italiana e si spacciano per anteprime prodotti internazionali già in rete da mesi (non è un caso alcuni addetti ai lavori abbiano inventato la geniale definizione di “Festival del torrent”), il Roma Fiction Fest si è confermato ancora una volta un piacevole appuntamento annuale, possibilità ideale (anche grazie alla coraggiosa iniziativa dei biglietti gratuiti) per un pubblico generalista di vedere da vicino gli eroi del piccolo schermo (Gabriel Garko, Raoul Bova ad esempio) e godersi qualche puntata della propria serie preferita accanto a star internazionali. E perché no, anche di assaporare, come antipasto, l’atmosfera dell’Auditorium un mese prima dell’attesissimo Festival del Cinema  targato Marco Muller.
Quello che segue è un resoconto del meglio e del peggio di questa settimana internazionale di televisione.
 
 
E’ convinzione di molti che la migliore televisione venga fatta in Gran Bretagna.  Chi è appassionato di serie tv  sa bene che quando c’è il marchio BBC molto probabilmente abbiamo a che fare con un piccolo miracolo televisivo. Questo Festival dunque ha dato la possibilità di far conoscere questi gioielli british ad un pubblico più vasto, e con un’opportuna risonanza mediatica. Nell’apposito BBC day, infatti, è stato presentato una selezione dei prodotti di punta della passata stagione televisiva della rete pubblica inglese. Da una parte abbiamo visionato quelli che possono essere considerati, nonostante l’alta qualità realizzativa, i prodotti per un pubblico medio come la miniserie Grandi Speranze tratta da Dickens, con un’inedita Gillian Anderson nei panni di Miss Havisham con il suo spettrale abito da nozze, e il “camilleriano” Ispettore Zen, un curioso esperimento in cui la produzione britannica segue le avventure di un serio poliziotto italiano (Rufus Sewell) immerso in una Roma affascinante, non certo alla Woody Allen. Dall’altro invece ci sono le vere perle ad opera del deus ex machina della tv inglese: Steven Moffat. Il creativo inglese infatti è colui che ha resuscitato dalle ceneri il Doctor Who, gloriosa serie fantascientifica arrivata, nella sua nuova versione, alla settima serie, e di aver regalato, con successo, a Sherlock Holmes una moderna dignità, realizzando con Sherlock uno dei migliori prodotti televisivi degli ultimi venti anni. Moffat, con entrambi questi lavori, oltre ad aver confermato dei talenti straordinari come Benedict Cumberbatch, David Tennant, MattSmith e Martin Freeman, è riuscito a realizzare dei prodotti scritti con una maestria incredibile, tale da abbinare il semplice intrattenimento a momenti di emozione pura, facendo letteralmente innamorare il pubblico dei suoi eroi.
 
 
Le delusioni, invece, le abbiamo trovate quando ci siamo trovati alle prese con i tanti prodotti americani presentati all'Auditorium. last resortStiamo parlando soprattutto di Vegas della CBS . La serie ambientata negli anni sessanta, vede un integerrimo sceriffo (Dennis Quaid) diventare il nuovo tutore della legge della città del peccato ed entrare subito in guerra con il boss locale (Michael Chiklis). Oltre al fascino del periodo storico e della storia della città di Las Vegas, e al grande cast messo in campo, il prodotto non sembra andare oltre al compitino svolto con sufficienza dimostrandosi un procedural senza inventive. Stesso discorso per Elementary che, cercando anche esso di attualizzare il mito di Sherlock Holmes (arrivando addirittura ad immaginarsi uno Watson donna con il volto di Lucy Liu), esce annichilito nel confronto con il già citato cugino inglese.
Di ben altra qualità invece è il meraviglioso primo episodio della serie Last Resort. Cercando di cavalcare il filone fanta-politico già esplorato dal fortunato Homeland, la serie della ABC  ipotizza l’ammutinamento di un sommergibile nucleare statunitense che, rifiutandosi di attaccare il Pakistan, arriva a minacciare la propria nazione.  Recitato divinamente (nel cast tra gli altri Robert Patrick e Scott Speedman) e scritto con intelligenza e mestiere,  il pilot riesce a gettare le basi per quella che sarà sicuramente una delle serie più discusse del prossimo anno.
Piccola sorpresa invece è il comico Don’t trust the Bitch in Apartment 23  dove una sociopatica Krysten Ritter e un James Van Der Beek (il mitologico Dawson Leery) nei panni di se stesso (idea geniale) portano una sana ventata di umorismo scorretto e volgare in un panorama comico  predominato da innocue, seppur divertenti, comedy come New Girl e How i met your mother. Sicuramente da seguire.
 
 
Oltre a queste anteprime di successo, il Festival inoltre ha cercato di ragionare anche su che strade debba prendere la televisione nei prossimi anni. E' stata una novità di questa edizione la grande attenzione riservata nei confronti dei più piccoli con la sezione Kids and Teen interamente dedicata ai prodotti per l'infanzia (è stato emozionante anche per i più grandi l'evento dedicato agli indimenticabili Cavalieri dello Zodiaco), e soprattutto verso il fenomeno delle web series.  
La sezione Web Series è infatti la dimostrazione di quanto di buono ci sia in questa manifestazione che, presentando lavori come The PillsKubrick. Una storia porno,  prova a raccontare anche quello che succede fuori dalle reti televisive e i network e dimostra che se fatta con passione, un'altra televisione è possibile.