#RomaFF10 – Amama – When the Tree Falls, di Asier Altuna Iza

Altuna a conformare le proprie scelte narrative e di regia al tema e il suo film è anche una riflessione sul tempo

Io e mio padre non abitiamo nello stesso mondo. Il suo finisce al confine del casale. Lì si sente libero. È in questa frase di Amaia, protagonista femminile di Amama – When the tree falls, film presentato da Asier Altuna Iza nella selezione ufficiale del Festival del Cinema di Roma, che si incarna il conflitto generazionale raccontato dal regista basco. Alla realtà rurale nella quale Tomas è così fortemente radicato si contrappone lo sguardo della figlia Amaia, che mira alla città come ad un terreno di ambizioni rinnovate. Laddove Tomas è libero, Amaia è prigioniera: è l’altra faccia di un contrasto che appare insanabile e all’interno del quale non c’è spazio che per silenzi violenti e negazione. Il bosco è teatro del conflitto e Amama (“nonna” nella lingua basca), l’anima del tempo che separa e lega passato e presente.

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È attento Altuna a conformare le proprie scelte narrative e di regia al tema: allo scontro familiare fanno eco i contrasti interni alla natura, rappresentata nell’avvicendarsi delle stagioni, nel pieno dei suoi cambiamenti climatici, nei suoi diversi tagli di luce e di colore. Colore che si fa veicolo delle identità (Amama assegna un albero del bosco e un colore a ciascuno dei nipoti): Amaia è il colore nero della ribellione, che viene abbattuto senza essere sradicato a sottolineare, nonostante tutto, un filo conduttore con la tradizione, pur nella distanza resa dai primi piani sfocati che si contrappongono al fuoco degli interlocutori silenti sullo sfondo.

amamaÈ una tradizione, quella dei baschi, che sopravvive al tempo e alle invasioni, per arrivare “80 Amama prima” fino al Neolitico. C’è un che di tribale nel sangue di questo popolo antico che Amama esprime con le pose sfingiche di un capo indiano che tira le somme e sussurra (l’immagine in cui è ritratta nella locandina del film); è un deus ex machina Amama, che suggerisce una continuità nella frattura, volgendo in incontro lo scontro di prospettive solo apparentemente insanabili. È quindi anche una riflessione sul tempo il film di Altuna: “80 Amami fa” sono 5000 anni, un lasso infinito se lo si calcola; eppure lo si pensa vicino nell’immaginario delle nonne che si susseguono l’una all’altra. È questa la relatività del tempo di cui Amama si fa portatrice per ricordarci una ciclicità degli eventi, come è lo scontro generazionale, che si ripete, in fondo da sempre, sempre uguale a se stessa, in un alternarsi costante di rottura e sintesi.

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