#RomaFF10 – Au plus près du soleil, di Yves Angelo

“La vita di un bambino adottato comincia dalla sua nascita. Tu non sei sua madre e lui lo sa”.

Quest’affermazione da fastidioso rumore di sottofondo progressivamente si amplifica, diviene martellante e il suo fragore annichilisce tutto ciò che teneva unita la famiglia Poncet. È l’avvocato Olivier (Grégory Gadebois) che si rivolge alla moglie Sophie (Sylvie Testud) per richiamarla all’ordine “naturale” e al codice deontologico della sua professione. È un magistrato e di fronte a lei ha un caso apparentemente di facile gestione: una puttana accusata di aver circuito e poi spinto al suicidio un uomo molto ricco, Pierre (John Arnold), con il quale aveva una storia. L’ex moglie di Pierre impietosa le attribuisce infine la colpa di essersi appropriata di ogni bene, che di fatto le appartiene. Dal canto suo Juliette (Mathilde Bisson), l’amante del Galata suicida, avvenente, spontanea e dotata di una magnetica ingenuità nega ogni insinuazione ma il fato le è contrario. Sophie infatti scopre durante le indagini che quella ragazza è la madre biologica di Leò (Zacarie Chasseriaud), il bambino che aveva adottato diciotto anni prima. La macchina della giustizia si inceppa e l’ossessione strappa da lembo a lembo la toga. Yves Angelo segue la parabola emotiva di una madre trascinata dall’istinto di (auto)conservazione, esasperandone la paura attraverso il non detto metamorfico. Alla luce del sole avviene la trasformazione d’ogni “forma” nel suo contrario, e questa luce, quasi accecante, scontorna i volti dei protagonisti immortalati da primissimi piani in muta rarefazione. A quale costo si può essere disposti a patteggiare una scomoda verità con la menzogna? Il regista risponde con una trama che via via si addensa di ostacoli restringendo sempre di più il campo d’azione: piccoli indizi e suggestioni dispersi nello spazio aperto della città si ammassano nella claustrofobia di una cabina che sarà teatro dell’incesto annunciato, apice stesso di questa tragedia che ridonda e si estingue nel mare. Yves Angelo persuade all’inseguimento feroce per poi perdere l’orientamento, il ritmo sostenuto si dilata, rallenta, soffocando persino le più intime e potenti passioni che muovevano gli animi dei protagonisti. La presa d’atto di richiamare continuamente in causa uno sguardo vigile ed empatico si arrende infine di fronte ad una partecipazione passiva, automatizzata, dello spettatore, lasciato senza più stimoli a cui aggrapparsi se non all’inquietante consapevolezza di una morte rivelata.