#RomaFF10 – Freeheld, di Peter Sollett

Freeheld è un film(a)tema con cui si solidarizza sin da subito con la testa, ma in cui non ci si riscopre quasi mai partecipi di una esperienza che sia anche “cinematografica” o estetica. Peccato

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Ispirato all’omonimo documentario premio Oscar nel 2007, a sua volta basato su un noto fatto di cronaca, ecco un granitico esempio di cinema civile anni ’00. Freeheld, di Peter Sollett. Film che segna l’incontro non solo di due brave attrici, ma anche e soprattutto dei rispettivi portati iconici istantaneamente riconoscibili per lo spettatore: la Julienne Moore icona liberal (e fresca di Oscar con Still Alice) che lotta da sempre con le avversità e le malattie (anche sociali), incontra la giovane Ellen Page icona americana numero uno dei gay rights al cinema. La storia è quella nota: l’integerrima detective quarantenne Laurel si innamora della giovane Stacie che vive la sua omosessualità in modo molto più libero. Tra le due nasce un sincero rapporto che si prolunga nel tempo di una convivenza, di una casa comune, di un cane scelto insieme, sino a quando Laurel scopre di avere un cancro in fase terminale. Da lì la nasce la questione etica e politica: il trattamento pensionistico che spetterebbe al coniuge eterosessuale di un poliziotto è estendibile anche a una coppia di fatto omosessuale? No? E perché? Inizia così la lotta: si vuole cambiare la Storia e interrogare le coscienze (anche con l’aiuto di un attivista professionista interpretato da uno scatenato Steve Carell), ma prima ancora salvaguardare la loro storia privata. Un’unione messa in dubbio dalla possibile perdita di quella casa che è il simbolo del loro amore.

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freeheld-3Del resto oggi (anche qui in Italia) siamo in pieno dibattito politico su questi temi. Ci si interroga quotidianamente su quale sia il confine “giuridico”, quindi “sociale”, tra termini come coppia-di-fatto, famiglia, matrimonio, unioni civili, reversibilità pensionistica per un partner omosessuale, ecc. Insomma il film arriva in perfetto orario con la recente apertura obamiana ai matrimoni gay, creandone il giusto mood “narrativo” e altamente fruibile. Che dire allora? Lotta civile sacrosanta scritta in una sceneggiatura di ferro (di Ron Nyswaner, già sceneggiatore di Philadelphia) e affidata al giovane Peter Sollett che, proprio come in Nick e Norah, si impegna ad astrarre piccoli momenti di intimità da un solidissimo plot. Ecco il problema dell’operazione, allora. Tolti questi brevi momenti di bella e “isolata” pausa emotiva, ci si chiede spesso che fine abbia fatto il cinema in tutto questo impegno-manifesto. Sollett, evidentemente, non ha la personalità di Todd Haynes, Jonathan Demme o Gus Van Sant… e il suo film non ha il fascino storiografico/pop di Carol, non ha l’afflato coraggiosamente sentimentale e melodrammatico di Philadelphia e non tenta minimamente la furiosa sperimentazione sulla forma del bellissimo Milk. Tutti film che bilanciano straordinariamente il loro profondo portato etico e civile (senza per questo sminuirlo) con uno slittamento immaginario che rimane sempre “vivo” nella memoria dello spettatore. Creando in tal modo fertili cortocircuiti tra i pregiudizi sociali e personali dei rispettivi protagonisti e tutto il portato della Storia del Cinema come potente macchina immaginaria. Qui invece si procede molto timidamente per dicotomie sin troppo schematiche: la provincia e la città, il poliziotto ottuso e quello illuminato, le lobby di potere e il potere dei media, in un film sempre attentissimo a “bilanciare” ogni ingrediente (l’amore, la lotta, la vita, la morte, la giustizia e le sentenze) risultando alla lunga decisamente schiacciato dalla densa materia che mette in scena. Un film(a)tema con cui si solidarizza sin da subito con la testa, ma in cui non ci si riscopre quasi mai partecipi di una esperienza che sia anche cinematografica o estetica. Peccato.

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