#RomaFF10 – “Una verità sentimentale”. Parla James Vanderbilt, regista di Truth

Accolto molto bene in conferenza stampa il regista di Truth James Vanderbilt, ovviamente tempestato di domande sulla valenza “contemporanea” di questa storia accaduta ormai 11 anni fa

Accolto molto bene in conferenza stampa il regista di Truth James Vanderbilt, ovviamente tempestato di domande sulla valenza “contemporanea” di questa storia accaduta ormai 11 anni fa. L’idea, prima di tutto, che il giovane cineasta dice essere nata non a caso, “perché io ho sempre sognato di fare il giornalista, era il mio sogno di bambino, poi sono diventato un regista e allora esordire con un film sul giornalismo è stato naturale. Sinceramente non vidi in diretta all’epoca la trasmissione di 60 Minutes sui fatti in questione. Però ho seguito successivamente tutta l’enorme eco che ha prodotto. Sino a quando ho letto il libro di Mary Mapes sulla sua vicenda ed è nata l’idea del film. Dapprima lei era sulla difensiva, non sapeva se era il caso di trarne un film”. Sulla aderenza o meno ai fatti, cosa fondamentale per un film che si inscrive in un filone ben preciso di cinema civile, Vanderbilt assicura che “tutto è aderente ai fatti. Poi, certo, il film deve sempre sposare un punto di vista, in questo caso quello della protagonista Mary, ma senza mai tralasciare un profondo studio sui documenti che io e i miei collaboratori abbiamo fatto. Abbiamo anche passato molto tempo con Mary e Dan Rather, per capire la loro versione, ma poi ciò che mi preoccupava di più era l’aderenza emotiva più che quella contenutistica, una verità sentimentale dei personaggi. E per esempio tutto il loro rapporto, un po’ da padre-figlia, l’ho potuto vedere con i miei occhi e non poteva non essere una delle basi del film. Diciamo che io stesso ho fatto il giornalista scovando la verità sotto i miei occhi, tutto ciò che vedete è basato su fatti, anche le cose più incredibili e che sembrerebbero frutto della mente di un bravo sceneggiatore”.

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james-vanderbiltLa vicenda di Mary Mapes è direttamente intrecciata a un periodo particolare, la campagna elettorale del 2004 e la rielezione del Presidente G. W. Bush, quindi sono due i grossi quesiti del film e il regista ha un’idea molto chiara in tal senso: “non volevo dare opinioni granitiche sui fatti. Perché è giusto che il mio film ponga domande e lasci a voi le risposte. Certo che i due grossi quesiti sono quelli: quei documenti sul passato militare di Bush erano autentici? E poi Mary è stata ingiustamente licenziata? Decidetelo voi spettatori. Ma il mio film è anche altro. Si occupa di queste persone in quelle circostanze, come i film di Robert Redford negli anni ’70: Tutti gli uomini del Presidente non era solo un film sul Watergate”.

A chi gli chiede come sia cambiato il mondo del giornalismo nell’ultimo decennio, con i nuovi media a far da assoluti protagonisti, risponde “beh c’è stato un cambiamento radicale. Diciamo che quelli della mia generazione erano ancora abituati a vedere il telegiornale con la solita voce che lo presentava, diventava familiare quella voce. Oggi nella mia tasca ho un telefono che mi permette di sentire milioni di voci su un singolo fatto. Chiaramente è un altro mondo”. Infine l’importanza di avere Cate Blanchett in quel ruolo, “fondamentale. Subito dopo l’Oscar ha deciso di lavorare con me, capite? Ed è stata incredibile assistere a quanta professionalità ci ha messo per preparare il ruolo di Mary. Averla nel mio film è stata una cosa meravigliosa”.

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