#RomaFF10 – L’arte dell’orrore. Dario Argento incontra William Friedkin

“I miei film sono di tutti”, dice Dario Argento ad un certo punto, “perché affrontano paure profonde che vengono dall’inconscio, dal modo in cui viviamo la nostra sessualità, che sono spauracchi internazionali, nascono da dentro.”

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Di sicuro, i capolavori dell’immenso cineasta romano sembrano oggetto di assoluta venerazione da parte di un William Friedkin scatenato in manifestazioni di affetto per il collega italiano, durante l’incontro di ieri all’Auditorium: “la filmografia di Dario Argento va vista nel suo insieme come la grande opera totale di un genio dell’arte moderna, o ancora prima, Michelangelo, Caravaggio, Goya. Come Van Gogh e Vermeer quando erano ancora in vita non ebbero la fortuna che spettava loro, così Argento ha avuto un enorme seguito di pubblico ma la critica spesso è lontana dal capirne il modus operandi da pittore impressionista, che usa lo script come una tela di partenza per lasciarsi guidare poi sul set dall’ispirazione di quello che la mdp cattura all’istante. I colori dell’immagine, l’esplorazione dei luoghi, gli attori… la macchina da presa con quelle strane angolature che sono capaci solo a lui, insieme all’utilizzo personalissimo della musica sono il vero unico effetto speciale dei film di Dario.”

Anche Argento dichiara di apprezzare l’energia di Friedkin, la capacità di infondere la stessa passione in lavori per la tv, il cinema, il teatro, o l’opera lirica, a cui il regista di Killer Joe si dedica da fine anni ’90. Argento ha invece proprio quest’anno lavorato ad una rappresentazione del Macbeth altamente radicalizzata, con tre danzatrici nude in scena, quasi a sfatare la convinzione dell’amico americano che il regista nell’opera lirica non abbia le stesse possibilità di infondere il proprio carattere sulla scena, come succede invece al cinema: “vieni dopo il libretto, i cantanti, il direttore d’orchestra, i musicisti… quello che puoi fare è soprattutto indirizzare lo sguardo dello spettatore giocando con le profondità e i quadri sul palco, come fossero i primi piani di un ipotetico film”, spiega Friedkin.

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L’autore del Braccio Violento della Legge è in grado di passare dalle poltrone dei teatri ai suoi celeberrimi e insuperati inseguimenti automobilistici, a cui si dedica sempre con attenzione perché rappresentano “la forma più pura di cinema, ovvero quella più vicina al muto”. Un inseguimento funziona infatti sullo schermo anche senza sonoro e dialogo, e non puoi raccontarlo con un libro, un quadro, una scena a teatro: “se avessi visto uno qualunque dei film di Buster Keaton prima di lanciarmi a girare quelle sequenze, forse avrei cambiato idea sull’eventualità di realizzare degli inseguimenti! Anche quello di Dario è cinema puro, come lo è tutto il genere horror, un’arte fondata sulla morte e sulla paura.

Due cineasti, Argento e Friedkin, scoperti ad inizio carriera da due maestri assoluti, rispettivamente Sergio Leone e Alfred Hitchcock, che rimproverò Friedkin, giovanissimo autore di un episodio di “Alfred Hitchcock presenta”, perché non portava la cravatta sul set, come si addice invece ad un regista. Leone chiamò invece Argento e Bertolucci a scrivere la sceneggiatura di C’era una volta il West perché non sapeva come approcciarsi alla prima protagonista femminile di sempre di un suo film, e pensò che due giovani di talento avessero maggiore dimestichezza con l’universo rosa, “e le belle donne, come quelle con cui prima hai una relazione sentimentale e d’amore, poi diventano solo attrici nei tuoi film, alla fine ti danno anche fastidio a ritrovartele su un set!”. Non come la figlia Asia, di cui Argento ha immortalato in scena, titolo dopo titolo, tutta la trasformazione da bambina, ad adolescente, a donna.

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In chiusura, il regista de L’esorcista (per Argento “un film gigantesco, enorme, inarrivabile”) racconta che la tv americana sta preparando un documentario sul reale caso di possessione demoniaca di un quattordicenne di fine anni ’40, uno dei pochi riconosciuti ufficialmente della storia degli States, su cui si basò William Peter Blatty, e smentisce che si tratti di un film dell’orrore, quanto di un’indagine sul mistero della Fede, dal punto di vista di un convinto credente.