#RomaFF10 – Office 3D, di Johnnie To

C’è un filo rosso che lega gli ultimi film di Jonnie To, su tutti il sottovalutato Life without principle e Drug war, in una precisa poetica sull’economia contemporanea, sui mercati, su un mondo (la Cina di oggi ovviamente, ma non solo) completamente nuovo retto da dinamiche immateriali, invisibili, astratte. E magnificamente astratto è infatti il set di questo Office 3D, satira musicale sul nuovo capitalismo mascherato made in China, completamente ambientato dentro un’azienda ricostruita in studio e in digitale, che appare nei 120’ di durata un luna park di colori e suoni, come fosse una infinita scenografia iperrealista open space disegnata, non a caso, da William Chang, straordinario collaboratore di Wong Kar-wai . È la Jones & Sunn, sta per diventare pubblica e il presidente ha la fattezze iconiche del veterano Chow Yun Fat. Lui ha la moglie in fin di vita all’ospedale, sta per cedere tutto alla dott.ssa Chang, suo amministratore delegato e amante da molti anni e trova anche il modo di far assumere la bellissima figlia Kat, laureata ad Harvard. Gli affari dell’azienda sono in crescita, finché non arriva il disastro della Lehman Brothers e la grande crisi internazionale del 2008. E allora cadranno delle teste.

Tratto da un testo teatrale firmato da Silvie Chang, autrice anche della sceneggiatura, e intitolato Design for Living, Office 3D è un valzer impazzito e, appunto, immateriale. Sorretto da traiettorie imprevedibili e movimenti di macchina sinuosi che ribadiscono la maestria coreografica con cui il grande maestro di Hong Kong ha da sempre alimentato il suo cinema – quanta differenza c’è la sparatorie pirotecniche di Exiled o A hero never dies e i balletti di questi impiegati in rampa di lancio, disposti a tutto pur di arrivare al successo? Del resto To continua a parlare di cose che nella sua filmografia conosciamo bene come la corruzione morale, la brama di potere, la fame di denaro e il tradimento, con le azioni in borsa e i bilanci truccati che qui si sostituiscono ai proiettili e giochi di ruolo tra criminali e poliziotti. C’è però anche spazio per il melodramma, con almeno tre storie d’amore che si alternano e incrociano a raccontare altrettante generazioni differenti: quella dei giovani idealisti, quella corrotta degli arrivisti senza morale e quella stanca e decadente dei padri che hanno costruito un impero per poi vederlo cambiare e lasciarlo ai figli.

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E’ tangibile la complessità di una macchina cinematografica mai come questa volta interessata a confezionare l’intrattenimento per raccontare qualcos’altro. Jonnie To porta così a casa forse uno dei suoi film più politici e visivamente ammalianti. Sperimenta il 3D rifacendosi moltissimo ai cromatismi elettronici del Coppola di Un sogno lungo un giorno, che dopo aver visto anche l’ultimo Wenders davvero si conferma come uno dei capolavori più incompresi e decisivi degli ultimi trent’anni. Forse a tratti la saturazione e la maestria del grande regista asiatico cedono il passo a qualche colpo a vuoto, al punto che Office potrebbe persino essere frainteso come “semplice” divertissment. Ma dietro la patina scintillante e divertente c’è un film carico di rabbia repressa e di uno sguardo pessimista sulle ossessioni e sul destino del nostro presente.