#RomaFF11- Al final del túnel, di Rodrigo Grande

Joaquin (Leonardo Sbaraglia) è un ingegnere elettronico costretto sulla sedia a rotelle a causa di un incidente. Vive in una grande casa piena di libri con la sola compagnia delle sue sigarette e di Casimiro, il suo vecchio cane malato. Ma per risarcire un grande debito che ha contratto con la sua banca ed evitare di vendere la casa, è costretto ad affittare una delle sue stanze alla bella Berta (Clara Lago), ex ballerina di striptease, e alla sua figlioletta Betty (Uma Salduende).

Il regista argentino Rodrigo Grande dirige questo crime movie con sicurezza e con un’aggiunta di imprevisti che stupisce lo spettatore. Il film già nel titolo nasconde in sé la traccia del risveglio del protagonista, che porta questa storia in giri e giravolte inaspettate. Il tunnel che compare nel titolo è ovviamente metaforico. Ma solo in seconda battuta. Joaquin infatti, attirato da voci provenienti dall’altra parte del muro della cantina, scopre che un gruppo di rapinatori sta scavando un tunnel per arrivare nel caveau della banca vicino casa sua. E c’è anche qualcos’altro…

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Ecco il vero tunnel del film, quello scavato dal crudelissimo Galereto (Pablo Echarri) e dalla sua banda. Il film potrebbe essere accusato, in un primo momento,  di non approfondire adeguatamente gli animi dei suoi personaggi, di dotarli di passati turbolenti che vengono poi toccati solo superficialmente (quello dello stesso Joaquin ad esempio ma anche la piccola Betty che non parla da due anni e nasconde dentro di sé chissà quale oscuro segreto). E oltre a questo c’è una sceneggiatura che può non convincere del tutto, che nasconde qualche falla, con determinate scelte che risultano a tratti schematiche. Ma questo in fondo non conta. I personaggi seguono i canovacci tipici delle storie criminali o degli action movie. Il debole che diventa eroe, la bellissima ragazza, la bambina da proteggere, il cattivo che è cattivo davvero, etc etc.

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E questo fa semplicemente parte dello sfondo necessario, della struttura che dà le fondamenta al film: conta solo l’azione, lo snodarsi degli inaspettati avvenimenti, che Joaquin, come un bimbo appena (ri)nato gestisce goffamente, ma ebbro del movimento improvvisamente ricomparso nella sua vita, grazie a Berta e ai temibili rapinatori. È sullo sguardo di questo ingegnere paralitico che si sofferma la macchina da presa, mentre sale e scende nella grande casa usando un montacarichi, mentre striscia e si affanna sempre più per la riuscita del suo piano impossibile, mentre si sporca di terra e si sente finalmente di nuovo vivo.

Il film di Rodrigo Grande ha evidenti richiami a un certo tipo di cinema americano: gli echi tarantiniani sono palesi, e certe scene sono veri e propri omaggi dichiarati al regista americano, più che semplici ispirazioni. Ma c’è anche quello europeo, ad esempio il Guy Ritchie di Lock&StockE forse per questo l’opera di Rodrigo Grande manca di un reale tratto di originalità, e sembra rimanere troppo attaccato ai rimandi ad un altro cinema. Ma indipendentemente da tutto, lungi dall’essere un film perfetto, Al final del túnel sa stupire e la tonalità grigia della vita del protagonista assume man mano sempre sfumature più folli. Attraverso gli occhi impazziti del protagonista, spaventati ma vivi, il film ci immerge in un’atmosfera grottesca in cui tutto viene filtrato da una sottile ironia che inchioda lo spettatore divertivo allo schermo. 

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