#RomaFF11 – Denial, di Mick Jackson

Imprigionato nella scrittura teatrale di David Hare, il film sul negazionismo dell’Olocausto pensa solo a portare a casa il risultato. E lo fa con incalzante monotonia

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Una storia vera alle spalle. Quella di Deborah Lipstadt duplica quasi quella di Temple Grandin, la donna affetta da autismo che ha rivoluzionato le pratiche per il trattamento degli animali nell’allevamento del bestiame protagonista dell’omonima serie tv diretta dal regista e vincitrice di sette Emmy, tra cui quello per la migliore attrice andato a Claire Danes. Il metodo di Jackson appare simile anche in Denial: esplorare la vicenda amplificando le scene culminanti facendo galleggiare la protagonista tra Atlanta e Londra con deviazioni a Cracovia e Auschwitz.

La professoressa Lipstadt (interpretata da Rachel Weisz) viene citata in giudizio da David Irving (Timothy Spall), uno storico che porta avanti la tesi che l’Olocausto non è mai esistito. Lei infatti lo ha etichettato come negazionista nel suo libro “Denying the Holocaust”. La donna, dovendo rispettare le regole della legge inglese sulla diffamazione, si trova nella scomoda posizione di dover dimostrare che i crimini nazisti non sono stati un’invenzione. E si affida allo studio dell’avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson).

denial-timothy-spallTra il 1994 e il 2000. Con i  filmati con Irving che inizialmente sembrano veri documenti d’archivio. Ma il lavoro sul tempo forse rappresenta uno dei passaggi più problematici di Denial, perché incapace di mettere a fuoco la rappresentazione del passato dell’Olocausto ma anche di quello più recente. Restano tracce, frammenti delle due epoche rappresentate. Perché Jackson si affida al pilota automatico della scrittura drammaturgica e teatrale di David Hare (sceneggiatore, tra gli altri, di Il danno di Louis Malle e The Hours di Stephen Daldry) con quell’incalzante monotonia nel ripetersi delle situazioni che si affida ai luoghi sicuri tra l’esterno e l’interno del tribunale (con le persone che protestano di fronte) e lo studio degli avvocati, togliendo quindi i potenziali squarci metropolitani.

denial-tom-wilkinsonDenial è un cinema sicuro a cui interessa portare a casa il risultato. E a una prima lettura potrebbe anche riuscirci. Ma è facile identificarsi con un film processuale sul negazionismo. Però è anche un cinema monotono in cui si confonde scrittura con solidità, la solidità che era invece incarnata da Stanley Kramer in Vincitori e vinti. Jackson soffoca anche le sue potenzialità thriller accennate nel volto di David Irving all’inizio durante la conferenza come un’ombra del Male o nei momenti in cui la professoressa Lipstadt va a fare jogging. Quelle stesse tonalità che invece erano presenti in Guardia del corpo, al momento il film migliore del regista. Ma forse a dirigere in quel caso era in realtà Kevin Costner. E gli stessi protagonisti eseguono il loro compito senza sussulti. Tra Rachel Weisz e Timothy Spall, la figura migliore la fa Tom Wilkinson.

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