#RomaFF11 – Land of the Little People, di Yaniv Berman

In un Israele periferico e selvaggio, un gruppo di ragazzini, figli e orfani di soldati, giocano nelle afose campagne mediorientali, nei campi dove all’olivo s’abbraccia la vite. Questi ragazzi, sporchi e arrabbiati,  sembrano essere quasi gli unici sopravvissuti di un olocausto atomico, sovrani di uno scenario post-apocalittico, dimenticati da madri distratte, troppo impegnate ad aspettare i mariti partiti per l’ennesima missione in nome della Patria. Quattro di loro, i più emarginati e “problematici”, passano le giornate a cacciare e a inscenare strani e ambigui rituali nel loro covo segreta, una vecchia base militare abbandonata. Quando ritrovano il loro ritrovo occupato da due giovani disertori, i ragazzi sentono di dover iniziare un nuovo gioco, quello di una sanguinosa guerra di liberazione. Prodotto dal palestinese Tony Copti e diretto dall’israeliano Yaniv Berman, Land of the Little People è un film nato dall’impegno quotidiano dei due filmmakers  che, partiti da un’idea e da pochi fondi personali, hanno deciso di scommettere tutto per una storia che potesse essere racconto d’infanzia e ritratto politico del proprio paese.

La pellicola, attraverso l’uso massiccio di continui riferimenti e simboli (l’esercito, le armi, la violenza), costruisce un’atmosfera opprimente, in cui si respira, chiaramente, la deriva militaristica e follemente aggressiva dello Stato Ebraico di Netanyahu. Israele è, infatti, la terra di questo piccolo popolo, innocente all’apparenza ma feroce alla prova dei fatti. La metafora socio-politica della coppia Copti- Berman si muove, però, su un equilibrio pericoloso, giocando (con lucidità ideologica o con approssimazione narrativa?) sul confine tra la condanna senza appello di comportamenti estremizzati e l’esaltazione pedagogica del coraggio dei giovani protagonisti. Land of the Little People è, dunque, un’opera che guarda, allo stesso tempo, sia alla violenza animale de Il signore delle mosche che alla nostalgia onirica di Stephen King (Il corpo e It su tutti), partendo come teen movie per diventare uno slasher horror. Il risultato finale è, cosi, un’ opera efficace nello sfruttare i toni e i colori dei generi ma eccessivamente ambiguo nell’esposizione dei suoi, ricercati, obiettivi politici.