#RomaFF11 – Lion, di Garth Davis

Ecco un film che inquadra tutto (e tutti) dall’alto. Lion inizia con maestosi campi lunghi aerei sulle bellezze naturali dell’India settentrionale, poi su lande desolate e desertiche, prima di piombare giù e linkarci a una vita in particolare. Quella di Saroo: il più piccolo di una famiglia poverissima e felice. Sino a quando il bambino si addormenta per caso in una stazione di periferia, perde il fratello maggiore ed entra in un treno a cercarlo viaggiando per due giorni verso l’affollatissima Calcutta… da lì la sua vita cambia. Ai pericoli della metropoli notturna e agli inganni di quella diurna riesce sempre a sfuggire con intelligenza, ma le autorità indiane lo trovano e decidono di darlo in adozione. Una ricca coppia australiana – i coniugi Brierley, interpretati da Nicole Kidman e David Wenham – lo adotta: Saroo si trasferisce in Tasmania, meravigliosa isola dell’Australia del Sud dove si parla un’altra lingua, dove si vive un’altra vita, insomma dove la ricchezza gli concede tutt’altro futuro. Dal 1986 pian piano arriviamo al 2008, quando Saroo si trasferisce a Melbourne a studiare: nella città della globalizzazione, del multiculturalismo, incontra la donna della sua vita (Lucy, interpretata da Rooney Mara) e scontra anche col suo passato. Una famiglia di indiani lo invita a cena e l’assaggio di un dolce tipico, come una madeleine proustiana, fa riemergere una memoria (involontaria) di immagini che lo riportano ai suoi traumi, all’India, alla sua vera madrea e al suo vero fratello. Dove sono? Da dove vengo veramente? Chi sono io? Da queste domande inizia un viaggio interiore, il Saroo Brierley, A Long Way Home (titolo del libro autobiografico da cui il film è tratto) che muterà il corso della storia…

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lion-nicole-kidmanIl giovane Garth Davis (qui al suo esordio nel lungometraggio, dopo una prestigiosa carriera in pubblicità) ha le idee sin troppo chiare su che film girare. Nella prima parte, l’infanzia di Saroo, ci immerge con estrema consapevolezza in quella fascinazione esotica per l’India che Hollywood manifesta ormai da qualche anno. Le cartoline colorate e patinate che ci recapita sono tante, decisamente troppe, in un film che pur non essendo ricattatorio come il The Millionaire di Boyle (ovvio il paragone, non foss’altro per Dev Patel che porta il testimone) ne condivide comunque il discutibile sguardo sul mondo. I coniugi Brierley vengono dipinti come l’incarnazione del senso di colpa occidentale, ricchi e carichi di una bontà ancestrale, che concedono consapevolmente nuove possibilità a due bambini poveri e senza genitori. E allora Saroo – nonostante il bel rapporto con la madre: gli unici attimi di vera intensità li fa avvertire proprio una brava Nicole Kidman – non può che lasciare la “nostra comoda esistenza” per mettersi alla ricerca delle sue origini che lo perseguitano con immagini-da-desktop.

lion1Eccoci al punto. Il ragazzo inizia a cercare (durante gli anni) il suo misterioso villaggio indiano proprio su Google Earth: il film, allora, accentua incredibilmente la sua estetica satellitare cogliendo ogni spazio e ogni tempo sempre dall’alto e senza mai sporcarsi le immagini con la terra e i sentimenti. Davis gira benissimo, sia chiaro, ma ci riempe gli occhi di cliché prevedibili e previsti che non vengono mai ri-configurati per significare ancora, ma semplicemente presi dal cassetto e rimessi comodamente in circolo come in un neutrale database… appunto. Lion non è mai nel suo habitat naturale, ma si rinchiude in un esistenzialismo sempre di superficie e sempre a rischio anestesia, continuando a sondare dall’alto i fenomeni come fossimo sempre in un plongée di google earth. Insomma: dal desktop del computer di Saroo, purtroppo, non ci si muove proprio mai e il leone-cinema è costretto a soffrire in questa gabbia.