#RomaFF11 – Porte e Mura. Don DeLillo racconta Michelangelo Antonioni

Qui la bellezza è ossessione. Sembra che il film non possa evitare di essere bello.

Così Don DeLillo ha descritto Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni in un testo originale dal titolo Porte e Mura che ha scritto appositamente per l’incontro con il pubblico della Festa del Cinema di Roma. Il grande scrittore americano maestro del postmodernismo ha letto il suggestivo componimento prima che venissero proiettate delle clip del film. “In Deserto Rosso Antonioni dipinge il paesaggio desolato del mondo industriale” ha scritto DeLillo prima di commentare: “Questo film fa capire il senso del colore. All’epoca era straordinario questo uso per cui se alcune scelte possono sembrare eccessive è perché il colore è il film, molto di più dei personaggi.”. Deserto Rosso uscì per la prima volta nel 1964 e fu la prima prova del regista a colori dopo aver girato la celebre trilogia in bianco e nero. Proprio da L’Avventura, La Notte e l’Eclisse, sono state estrapolate le altre clip che DeLillo ha selezionato per omaggiare Antonioni su cui ha aggiunto: “L’Avventura è spazio, tempo e silenzio. E’ stata una vera rivoluzione quando uscì nel 1960 poi ne ha girati altri due sulla stessa linea. I giovani di oggi penseranno che sia presente un cliché dell’alienazione o che siano troppo lenti ed indiretti. Ma alla fine dell’Eclisse c’è una scena di sette minuti in cui non succede assolutamente nulla, c’è una donna in un angolo, senza colonna sonora. Quello è puro cinema, ed è bellissimo.”.

Immancabile è stata la domanda del moderatore Antonio Monda sul rapporto tra cinema e letteratura. Un legame che ha spesso visto protagonista lo stesso DeLillo che negli anni ha fornito al cinema soggetti cinematografici a Cronenberg (Cosmopolis), a Benoît Jacquot (À jamais) e prossimamente a Almereyda che si sta preparando ad adattare Rumore Bianco. “Non c’è conflitto tra letteratura e cinema. Il mio lavoro è stato molto influenzato dal cinema, dalle immagini più che dai dialoghi. Il modo in cui scrivo ha assunto questo tipo di forma grazie al cinema europeo di Antonioni, Fellini, Kurosawa. E’ stato un processo lungo che non ha una conclusione precisa. La letteratura non è messa in pericolo dal cinema, vive ancora in un universo tutto suo. Ancora oggi ci sono giovani che vogliono scrivere anche se dovrebbero essere consapevoli che ci potrebbero volere anni prima di pubblicare un romanzo. E’ un mestiere difficile e lungo e chiaramente i tempi sono anche cambiati, ma non per questo ci rinunciano” ha risposto l’autore per poi insinuare che forse è il cinema che sta avendo più difficoltà a sopravvivere ai tempi piuttosto che la letteratura. delillo

L’ultima riflessione che DeLillo ha voluto lasciare al pubblico della Festa è quella che il cinema sia da sempre legato in maniera indissolubile al concetto della bellezza della violenza. Tramite l’immagine cinematografica ciò che è umanamente respingente come la morte e la distruzione assume un certo fascino: “Ho cominciato ad avere l’impressione che il cinema potesse specializzarsi nella bellezza della violenza. Penso a film come Bonnie e Clyde o La rabbia giovane di Terrence Malick. Questo è stato il primo film del regista che fa lavori bellissimi ma in questo caso fa vedere la violenza di due ragazzi che vanno in giro a sparare a caso. Oppure Francis Ford Coppola che nel Padrino sceglie un design bellissimo ma è completamente immerso nella violenza. Quando per la prima volta furono trasmessi in televisione i test per la bomba atomica è stato difficile resistere al pensiero che tutta questa forza distruttiva non fosse anche bella. E’ una cosa molto interessante.”.