#RomaFF11 – Train to Busan, di Yeon Sang-ho

Seul. Corea del Sud. A causa di una misteriosa epidemia che neanche lo stato d’emergenza e la legge marziale dichiarati dal governo riescono a contenere, gli uomini si trasformano in zombie e si avventano sulle carni di tutto ciò che non è morto. Tra il terrore e la devastazione di intero paese gettato sull’orlo del tracollo, un treno viaggia da Seul verso Busan. Duecentottanta miglia da percorrere in cerca di salvezza e redenzione, con a bordo le speranze e le contraddizioni dei vivi che solo le porte scorrevoli dei vagoni dividono dall’orrore sordo scatenato dalla fame dei morti viventi.

Più che alla lentezza degli zombi di Romero e al gesto politico del suo cinema, Train to Busan guarda, con assai più leggerezza, dalle parti della rielaborazione in chiave velocizzata messa in atto da film come War World Z, che, travisando la breccia aperta dal discorso teorico sul cinema intrapreso da Zack Snyder con L’alba dei morti viventi, avevano aumentato a dismisura i giri, finendo, paradossalmente, per girare a vuoto. Il risultato è un blockbuster che non ha proprio nessuna intenzione di rinnegare la sua vocazione commerciale, lanciato ad altissima ed inarrestabile velocità, come il vagone su cui, con la loro relazione difettosa, la piccola Su-an e suo padre Seok-woo fuggono in cerca di una possibile via di sopravvivenza.
Rilanciando l’idea del treno, dopo averla ripulita però delle sue aspirazioni filosofiche, già sfruttata da Bong Joon-Ho per dar forma al futuro distopico del suo Snowpiercer, Yeon Sang-ho si gioca con grande maestria la carta della spettacolarità adrenalinica: oltre al bellissimo concept degli zombie, con i loro movimenti furiosamente disarticolati, la sequenza dello sciame di morti viventi che si avventa sulla locomotiva, il deragliamento del treno o la scena con Seok-woo e compagni che si fanno strada tra i vagoni, combattendo a mani nude contro le frotte di zombie che li separano dai loro cari. In una contaminazione, davvero senza tregua, di horror e action, Train to Busan funziona alla perfezione quando aspira ad esser solo un oggetto di puro intrattenimento, mentre rimane in stallo quando, sfiorando più volte i territori del banale, vuol farsi portavoce di un discorso dai toni ingenuamente moraleggianti sull’etica di una società, consumistica ed egoista, che va via via spogliando l’individuo della sua umanità.
L’esordio di Yeon Sang-ho nel mondo del live action, accompagnato da un prequel d’animazione, Train to Seul, dove prendono forma le ventiquattr’ore che precedono gli eventi di Train to Busan, annacqua dunque il cinismo e l’angoscia dei luoghi senza speranza dei due precedenti e assai più interessanti lungometraggi d’animazione, The King of Pigs e The Fake. Ma se anche la costruzione del film cede troppo il fianco al tentativo maldestro di imbastire un discorso introspettivo sui suoi personaggi, incastrati in una scrittura sentimentalistica e monodimensionale che permette loro assai poco margine di movimento, Train to Busan ha quantomeno il merito di abbandonare mai il suo ritmo tesissimo, lanciandosi una corsa senza fiato dove proprio non si riesce a trovare il tempo di annoiarsi.