#RomaFF12 – Birds Without Names, di Kazuya Shiraishi

Il film di Shiraishi è un altro spietato ritratto dell’amore, considerato, sempre asimmetrico, unilaterale e foriero di delusione. Selezione Ufficiale

Quante forme ha l’amore? Quante sono le sue espressioni, i modi di manifestarsi, le declinazioni? Kazuya Shiraishi sceglie la forma impura, un amore asimmetrico, il sentimento non ricambiato che crea soltanto l’illusione della felicità con delle false promesse. Towako (Yu Aoi) vive con Jinji (Sadao Abe) ma per lui non prova niente più che disprezzo e trova modo per esternarlo in ogni occasione, ricevendone rassicurazioni di devozione illimitata. Nel suo passato c’è una storia burrascosa d’amore con un uomo sposato, Kurosaki (Yutaka Takenouchi), che le ha provocato un stato depressivo dalla quale tenta di venire fuori allacciando una relazione con Mizushima (Tori Matsuzaka) anche lui già legato in matrimonio ad un’altra donna.

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I sentimenti sono trasformati in sistematico dominio, in lotta di potere, prevaricazione, l’adorazione ripagata con ingratitudine e l’amore destinato a relegarti in una posizione subalterna, un’eventualità di cui godere a piacimento. Della famiglia tradizionale sono rimasti i detriti, è diventata un’opzione per garantirsi la sopravvivenza, ha perso lo smalto della passione, lo slancio progettuale d’avvenire, quel fremito d’avventura riservato all’inedito, al sorprendente. Un anelito al presente noioso e ripetitivo rotto dal bussare inatteso dell’eccitazione, sostituita con dei palliativi, non rimpiazzabile, l’esperienza amorosa diventa qualcosa di traumatico, d’insuperabile delusione, una sfiducia dalla quale sfuggire agendo sul rimosso, diventando ciechi testimoni del naufragio ed omertosi riguardo la propria coscienza.

I personaggi di Shiraishi coprono una vasta gamma di alternative d’esistenza, dal buffo e pasticcione, provvisto di una dose d’onore come in questo caso, una figura ricorrente del panorama nipponico, al rampollo egoista accostabile ad una visione più universale, mentre le donne seppure emancipate sono affette da una certa fragilità emotiva. L’occhio della telecamera si discosta difficilmente dai volti o dai corpi ripresi a mezza figura, isolando il contesto ambientale, sciogliendolo nella neutrale attitudine degli interni, assolvendo lo spazio, privandolo d’incisività.

Nessuno apparentemente è sincero, tutti hanno degli scheletri da nascondere dietro delle omissioni di vergogna, un lato meschino, un secondo fine. Così come l’altro film giapponese presentato a Roma And Then There Was Light di Omori, che lasciava però intravedere un destino impermeabile al volere umano, anche nel film di Shiraishi la conclusioni non si discostano dalle premesse tanto da avere un paradossale colpo di scena dal sapore logico, manca l’acuto, lo spiazzante utile per negare l’ovvia conclusione, l’indizio che possa condurre alla scissione che dunque assume i tratti della smentita, talmente è blando ed impecettibile.