#RomaFF12 – Incontro con David Lynch

David Lynch, a Roma per ricevere il Premio alla Carriera, entra nella sala dell’incontro e viene accolto con un applauso caloroso e lunghissimo. Con estrema calma e precisione risponde a tutte le domande, scomponendosi ogni tanto in lievi accenni di sorriso. Uno dei quali compare quando gli viene chiesto cosa  pensa del Wensteingate e se teme di essere coinvolto. La risposta è semplice e meravigliosa: stay tuned.

Successivamente, per fortuna, non si parla più di scandali ma di cinema e meditazione trascendentale, per lui  estremamente connesse. Questo perché il cinema è frutto delle idee e il giusto fruire di esse è possibile solo ed esclusivamente grazie al campo unificato insito in ognuno di noi e che va scoperto grazie alla meditazione trascendentale. Lynch parla così dello spazio e del tempo: “Il campo unificato crea tutto ciò che esiste compreso lo spazio e il tempo. È un campo magico, è la totalità, la fonte, il regno dei cieli, lì si trova l’intelligenza sconfinata, l’amore, la pace e la creatività. Questo campo è all’interno di ogni essere umano e ci si può accedere con la meditazione trascendentale. Il mondo è davvero pieno di negatività e di stress  che schiacciano il tubetto delle idee. La meditazione permette di aprire la porta della creatività. Quando la Bibbia dice ‘conosci il regno dei cieli e tutto il resto sarà dato’ quel  resto è la totalità di cui parlo io e che è un diritto di tutti gli uomini. Gli uomini sono degli esseri meravigliosi con una potenzialità insita immensa e dovrebbero essere essere felici, sempre.

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Guardando il pubblico, aggiunge: “E il mondo dovrebbe apprezzare il caffè e il cibo italiano.”

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Ma allora il mito dell’artista che crea sulla base delle sue immense ed eterne sofferenze? Il regista sostiene che questa è un’idea tipicamente francese, quella dell’artista bohémien che vive in un attico spoglio a Parigi, è povero ed affamato ed aspetta solo che una donna venga a portargli della zuppa e a passare la notte con lui. Ma poi questa donna non arriva e allora disperato e affranto l’artista inizia a creare. “È necessario che l’artista comprenda  la sofferenza e la negatività, ma non che la provi. La depressione porta la gente a non alzarsi dal letto, non può rendere creativi.”
Anche perché sennò come sarebbe possibile divertirsi mentre si sta creando?
Perché parlando di cinema Lynch sostiene di essersi sempre divertito durante i suoi film, meno forse per quel che riguarda Dune. Proprio per girare quel film il regista rinunciò a girare Star Wars: “Non mi sono mai pentito, ho semplicemente detto a George Lucas che il progetto era una cosa per lui e non per me, bisogna sempre essere coerenti con quello che ci piace fare”.

Progetti nel cassetto non ce ne sono, l’ultima grande opera è la terza stagione di Twin Peaks (di cui non ha una sequenza preferita, ama tutte le 18 ore) con il suo attore feticcio Kyle MacLachlan. Il regista lavora spesso con gli stessi attori, dirigendoli magistralmente. Con loro parla tanto, perchè il principio è l’idea e comunicarla a parole è fondamentale: “Io condivido la sceneggiatura con gli attori che danno una prima interpretazione, diversa dalla mia. Ci si vede, si fanno le prove, si usano le parole e si entra in sintonia, le idee coincidono e gli attori ce la fanno“.
David Lynch insiste tantissimo sul concetto di idea. Anche quando gli viene chiesto quali sono le sue fonti di ispirazione, i registi, gli scrittori, la musica: “Amo tantissimo Franz Kafka. E poi Jacques Tati. Ho scritto Blue Velvet grazie a Shostakovich. Una canzone di David Bowie è alla base di Strade Perdute, e la musica di Angelo Badalamenti mi ispira tantissimo da sempre. Ascolto la musica e le idee scorrono. Sono come un regalo da scartare il 25 dicembre”.

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Sul cinema (che per Lynch riesce a generare mondi reali, anche se prima dovremmo chiederci se lo sia la realtà stessa), sul suo futuro e sulle serie tv (fra le preferite Mad Men e Breaking Bad) Lynch ha, come per tutto il resto, le idee chiarissime: “I film sembrano essere davvero nei casini, sempre meno gente va al cinema e se ci va lo fa per vedere gli action movie. È una fortuna che ci sia la tv via cavo che da spazio al cinema d’autore. E la serialità è affascinante, il fatto che le storie possano scorrere all’infinito. L’unica pecca sono suono e qualità delle immagini che sono meno buoni.

David Lynch regala anche un ricordo del suo amico Harry Dean Stanton, e nel farlo non usa mai il verbo al passato ma solo il presente: “Harry è la persona più innocente e matura che io abbia mai conosciuto. Dopo l’uscita da Una storia vera, io Harry ed Angelo siamo andati in un bar e Harry ci ha iniziato a raccontare un sogno che aveva fatto su dei coniglietti di cioccolato. Diceva una cosa e noi scoppiavamo a ridere, poi ne diceva un’altra e ridevamo ancora più forte, finché alla fine ridevamo con le lacrime agli occhi. Nessun comico mi ha mai fatto ridere come mi ha fatto ridere Harry quel giorno. È una persona pura, onesta, tenera e innocente.”

Si chiude dopo poco meno di un’ora l’incontro col grande regista americano, sempre impeccabile e attento; paziente nel firmare tutti gli autografi. Il regista che ha dato vita ad un’aggettivo: lynchiano. Quando gli viene chiesto come ci si sente ad avere questa responsabilità Lynch risponde: “I miei medici mi hanno detto di evitare di pensarci.”