#RomaFF12 – Incontro con Nanni Moretti

Che abbia inizio lo spettacolo. L’incontro con Nanni Moretti alla Festa del Cinema di Roma inizia come se si trattasse delle riprese di un suo film. Le comparse sono tutte al proprio posto, le istruzioni precise sono state date e anche se il regista non è ancora in sala, c’è già una certa ansia – e forse un po’ di paura – nell’aria. L’uomo, il personaggio, crediamo di conoscerlo bene; in 40 anni di carriera lui si è messo in gioco centomila volte, davanti, dietro e sopratutto al centro dello schermo, come attore, regista, sceneggiatore, esercente, produttore e giuria, come figura polemica, amata e odiata, come la quintessenza dell’autore italiano. Ma ecco il paradosso: la cosa più prevedibile su di lui è che ci sarà sempre qualcosa di inaspettato. Una svolta, un break-point, una nuova performance “alla Moretti”.

Come una specie di Mago di Oz, Il Grande Fratello oppure il capo della fabbrica di Tempi ModerniMoretti appare prima sul grande schermo, in una clip con una serie di bloopers cinematografici delle riprese di Mia Madre che riempiono ogni angolo della sala. Una volta sul palcoscenico, in carne e ossa ma senza rendersi più piccolo, alza le braccia nello stile di King of comedy e si gode l’ovazione. Accanto a lui, Antonio Monda prova a cominciare l’intervista; ma Moretti ha già deciso di cosa si parla. Adesso, dopo e durante tutto l’incontro.

Da piccolo, mi piaceva andare il primo pomeriggio al Nuovo Olimpia, al Farnese“, inizia. “Lì ho visto tutti i grandi classici e soprattutto ammiravo il cinema d’autore degli anni 60, cinema italiano, francese, inglese, polacco, ecc. E non so come ma un giorno riuscì a mettere insieme il cinema dei fratelli Taviani e di Carmelo Bene, che insomma non ci sono due tipi di cinema più distanti. Ora vi farò vedere 4 scene di una parodia che ho fatto de I promessi sposi, dove c’è l’influenza dei fratelli e di Carmelo Bene. Vai con la clip!”, ordina a voce alta. Quando Monda gli domanda se Carmelo Bene ha mai visto questo film, Moretti risponde:No, non credo. Allora, continuando con la mia esperienza come spettatore, mi ricordo che tra i miei amici c’erano due “partiti”: il partito di Antonioni e il partito di Fellini. Io ero del partito di Fellini. In quegli anni, c’era una cosa in comune tra la Nouvelle Vague, il cinema inglese, Antonioni, Pasolini: quei registi rifiutavano il cinema ricevuto in eredità e la società ricevuta in eredità, cercavano di pre-figurare un nuovo cinema e una nuova società. E così siamo arrivati all’aspetto di me, attore, che…”. “Scusa, ti posso fare una domanda veloce”, interrompe Monda, quasi in un atto disperato. “Ti ricordi il momento esatto in cui hai deciso di voler essere regista e attore?”


Contrariamente ad ogni pronostico, Moretti risponde: “mi ricordo, nel 72, io dissi al mio amico che non avrei fatto l’università. Lui mi chiese: ma l’attore o il regista? Ed io risposi tutti e due”.

Dopo una clip di Il portaborse di Daniele Luchetti, Moretti continua a riflettere sul suo lavoro come attore:Io cerco di capire che cosa vuole raccontare il regista attraverso il mio personaggio, e poi lo faccio. Ma come spettatore, regista e attore, non mi piacciono quelle performance di attori che si identificano a tal punto col personaggio che lo interpretano da scomparire come persone”. Poi, all’improvviso, il regista decide di cambiare la direzione; adesso, lui vuole parlare del suo ruolo come produttore, ed ecco arrivare due clip dai film da lui prodotti: Notte italiana e Domani accadrà. “Capita spesso che i registi diventino produttori per avere un po’ un rapporto sadico con registi meno potenti di loro, per esempio Coppola come produttore di Wim Wenders. Alle volte, diventano produttori per produrre sottogeneri della loro filmografia, ma io ho l’ho fatto innanzitutto per lavorare con delle persone con cui stavo bene e per restituire la fortuna che avevo avuto come regista.”

“E così”, sentenzia l’autore,“siamo arrivati alla mia esperienza come giurato ai festival, come parte della giuria e anche come presidente. Per me è sempre stata una esperienza molto, molto piacevole e divertente!”. Presto, sarà così anche per il pubblico: Moretti condivide una serie di “filmini familiari” ripresi ai festival di Cannes, Locarno, Venezia e Torino, dove vediamo il lato b del faticoso lavoro della giuria, pranzi infiniti, tempi morti e di assoluta indecisione, situazioni quotidiane d’aspetto comune ma che lui rende una follia: Mike Leigh addormentato che russa di fronte alla televisione, l’attrice Maggie Cheung (In the mood for love) che si affaccia nostalgica alla finestra dell’albergoun primo piano delle calze (a righe bianche e nere) di Tim Burton, lo stesso Burton che fa una parodia di 007 al Lido. E Moretti sempre lì, a diventare il protagonista delle storie più assurde. “Un giorno al Lido, ero fuori dalla sala e c’era un uomo con i capelli bianchi, strano, che mi guardava. Poi ho capito che era David Lynch. Pensavo che lui non mi conoscesse, ma si avvicina e mi fa: Moretti, vedrai, io un giorno ti ammazzerò!”

E arrivata la fine, il momento della sorpresa. Il regista ha deciso di salutarci ma di andarsene alla grande, facendoci vivere un’ultima esperienza alla Moretti e condividendo un pezzo del suo ultimo lavoro, il cortometraggio Autobiografia di un uomo mascherato. Mentre vediamo Moretti camminare per Roma indossando una strana maschera bianca che gli arriva fino alle spalle, lui fa la narrazione live: “Nessuno a Roma si stupisce di un uomo mascherato. I romani sono abituati a vederlo camminare, non si sorprendono e non lo guardano più”. Poi, la confessione finale: gli hanno trovato un altro tumore in testa, e quella maschera è la protezione che deve usare dopo le radiazioni. Silenzio assoluto in sala. Ma lui ci assicura che si riprenderà. Si mette al centro del palcoscenico, alza le braccia e chiude gli occhi, lasciandosi adorare…