#RomaFF12 – Last Flag Flying, di Richard Linklater

C’è qualcosa che mi tiene un po’ distante dai film di Linklater. La loro verbosità, quei fiumi di parole che scorrono in modo regolare più che impetuoso, ma comunque con ritmo costante, senza soste o ripensamenti. Come se non ci fosse mai fiducia nella capacità dell’immagine di parlare da sé, non tanto di indicare un’unica direzione di senso, quanto almeno di delineare autonomamente un mondo poetico, un’idea, un’emozione. Linklater ha sempre bisogno di costruire una fitta trama di parole che ricopra, quasi come un velo, la “trama sottostante”, quella che si costruisce sul rapporto tra ciò che vediamo e l’invisibile, sulle traiettorie di movimento, le linee di sguardo, i silenzi, le relazioni dei personaggi con lo spazio, le durate, il ritmo. O meglio, bisognerebbe dire che tutta questa seconda trama si sorregge solo grazie all’impalcatura dei dialoghi infiniti, che servono a scolpire i caratteri dei personaggi e veicolare ogni altro discorso a parte, sulla politica, le relazioni, la Storia e le storie, le visioni del mondo (anche del cinema?). Ed è come se i sottotesti, tutte le implicazioni più o meno possibili e nascoste, ripiombassero in primo piano, fossero già marcate e sottolineate, pronte per lo spettatore che ha solo bisogno di stare a sentire. In questo senso, c’è un orrore del vuoto fin troppo amaro in Linklater, al di là dell’ottimismo della sua volontà progressiva. Si avverte l’affanno del sentirsi obbligati a mettere in evidenza l’intera intelaiatura del testo, ciò che dovrebbe esserne il cuore segreto al di sotto della struttura e delle forme, nell’angoscia di un’incomunicabilità insuperabile. Perciò la forma sembra quasi ridursi a zero, condannata all’irrilevanza, mentre le parole stanno lì, a riempire tutti gli spazi vuoto tra noi e Linklater, quell’ipotetica distanza che non permetterebbe ai suoni e ai significati di passare e che distorcerebbe la definizione delle immagini, scollandole dalla verità del loro senso.

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A volte, va ammesso, questa dittatura del verbo sembra necessaria alle storie e a ciò che si portano dentro. Non che sia l’unico modo, ma quanto meno è un modo che funziona. Come nel caso dei vari Before, in cui il rapporto uomo donna diventa davvero, innanzitutto, un problema di linguaggio. Altre volte, il fitto reticolo di parole finisce per appesantire, frena il ritmo e raffredda i cuori. E Last Flag Flying sembra rientrare in questa seconda categoria.

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last-flag-flying-image-2Sì, c’è il viaggio a cuore aperto dei tre ex commilitoni, Larry, Sal e Mueller, legati da un passato di profonda amicizia, ma anche segnati nel profondo dall’orrore della guerra (il Vietnam), dai piccoli, mille compromessi di una vita che ti chiede di portare a casa la pelle, anche a costo delle vigliaccate e delle fughe. Ci sono tre grandissimi interpreti, Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne. E ci sono i segni di quel conflitto che percorreva anche il diretto antecedente di questa specie di sequel distorto, L’ultima corvè (The Last Detail) di Hal Ashby (1973), che era interamente attraversato dalla frattura tra le ragioni della libertà e l’ottusità impermeabile della norma, tra l’anarchia naturale della solidarietà umana e la logica folle del comando. Alla sceneggiatura, Linklater è accompagnato dallo stesso autore del romanzo di partenza, Darryl Ponicsan, che, ovviamente, è anche l’autore di The Last Detail. Ed è un ritorno, dopo trenta anni, sugli stessi temi e sulle stesse situazioni, su tracce però leggermente sfalsate. I personaggi di Last Flag Flying non sono gli stessi de L’ultima corvè, pur essendo molto simili (in particolare Sal, il personaggio di Brian Cranston, ha la stessa ruggente, anarchica, magnifica strafottenza del Somawsky di Jack Nicholson). Così come le situazioni, che replicano lo schema precedente, ma a segno variato (si perde il treno non più per andare a puttane, ma per far visita alla madre di un compagno morto…). Ecco, ora i tre reduci si ritrovano a riflettere, fuori dalle insofferenze della controcultura, sui problemi di un mondo più vecchio e forse un po’ più complicato. Ed ecco tutto ciò che potremmo considerare come il primo strato geologico di Last Flag Flying – ciò che veniva dal libro e dal film degli anni ’70 –, si ritrova oggi, per una specie di smottamento deliberato, allo stesso livello di un mucchio di altre idee, implicazioni, punti di vista, che ripercorrono la storia più o meno recente (il film è ambientato nel 2003, all’epoca della guerra in Iraq) secondo una prospettiva politica, etica, psicologica, per metterne in luce i punti di crisi collettivi e individuali, ma anche per ritrovare le ragioni di una residua speranza, di una fede ancora possibile nei valori e negli ideali di una nazione e del suo modo di vivere. Non che sia un problema allargare il campo. Anzi, considerato il tempo trascorso, è un obbligo. Ma ancora una volta sembra che Linklater (e Ponicsan con lui) abbia l’urgenza e la fretta di spiegare tutto, di render chiari gli snodi, i temi, i “messaggi”. Fino ad avventurarsi in un finale “retorico” che appare l’unico punto d’arrivo possibile di un film “di parola” come questo. E che smarrisce quella secchezza spigolosa, ma folgorante dello script di Robert Towne del 1973, a cui rispondeva lo sguardo desolato e sottilmente nervoso di Ashby, forse al suo punto più alto.