#RomaFF12 – Love means Zero, di Jason Kohn

Una sola inquadratura in campo medio su un uomo anziano seduto, in calzoncini e maglietta, con alle spalle un campo da tennis in disuso. Jason Kohn cerca un punto di vista distante e allo stesso tempo “regale” per interfacciarsi con il carisma di Nick Bollettieri, controverso allenatore e rivoluzionario imprenditore che ha cambiato per sempre il coaching nel mondo del tennis. Fondatore nel 1978 della Nick Bollettieri Academy, l’italoamericano si contraddistinse presto per l’intuito mediatico e per i rigidi regolamenti a cui sottoponeva i suoi giovanissimi allievi. Dal nulla inventò una istituzione tennistica che si occupava dell’alloggio, dell’educazione e,ovviamente, della formazione tennistica dei suoi iscritti veniquattr’ore su ventiquattro. E i risultati per lui e per lo sport americano non tardarono a venire. Nel 1984 a soli 17 anni Aaron Krickstein – che nel documentario è appena citato e forse avrebbe meritato più attenzione – divenne il più giovane tennista a entrare nella top ten. E gli stessi precoci risultati vennero ottenuti in ambito femminile da Kathleen Horvath e Carling Bassett. Poi pochi anni dopo arrivò l’epoca d’oro di Andrè Agassi, Jim Courier, Monica Seles e il fenomeno Bollettieri esplose definitivamente come una mania, una moda e un metodo di insegnamento. Gran parte del documentario è riservato al rapporto di Bollettieri con Agassi – che non ha voluto partecipare al progetto – e agli anni della loro collaborazione bruscamente interrotta nel 1992 dopo la vittoria a Wimbledon. Emergono rancori, rimpianti, aneddoti, celebrazioni. Ma soprattutto c’è il profilo fosco e allo stesso tempo affascinante di un uomo controverso, esuberante e attratto più dai risultati e dalla fama che dai sentimenti. E nei racconti di Horvath e Courier si riflette l’ambiguità di una figura paterna sostitutiva e cinica. Per molti versi Love means Zero può esser letto come la risposta documentaristica alla versione letteraria fornita da Agassi in Open, uno dei più grandi successi editoriali dell’ultimo decennio. E non è un caso che il film si chiuda con Bollettieri che scrive una lettera di riavvicinamento ad Agassi. Qua e là avvincente – soprattutto nella sezione dedicata agli incontri tra Agassi e Courier, amici/nemici cresciuti insieme all’Accademia di Bollettieri, e nei racconti di Boris Becker – Love means zero è un ritratto suggestivo ma apparentemente frenato del personaggio Bollettieri. Nonostante la presenza di un buon materiale di repertorio, ma la scelta era piuttosto ampia come dimostra l’enorme archivio tennistico disponibile su youtube, il documentario di Kohn tradisce forse il limite di un formato troppo piccolo. I 90’ di durata non sembrano infatti completamente esaustivi e la distanza di sicurezza in cui si mette la macchina da presa di Kohn di fronte alle omissioni e agli aforismi di Bollettieri pur essendo molto tennistica (in fin dei conti è uno scambio molto poco riflessivo tra i due… la simulazione di un servizio e risposta) confeziona un’operazione interessante ma meno epica dei protagonisti in gioco.