#RomaFF12 – Mon garçon, di Christian Carion

Guillaume Canet come Liam Neeson nella trilogia di Taken. Quasi una macchina da guerra, accecato dal furore nel momento in cui gli viene toccata la famiglia. In Mon garçon è un geologo che viaggia molto all’estero e le sue continue assenze da casa sono stata la causa della fine del suo matrimonio. L’ex-moglie (Mélanie Laurent) chiede il suo aiuto dopo la scomparsa del loro figlio di sette anni durante una gita in montagna. Prima si affida alle forze dell’ordine, poi decide invece di mettersi lui stesso alla disperata ricerca del figlio.

Christian Carion torna alle atmosfere da spy-story di L’affaire Farewell, dove tra i protagonisti c’era ancora Canet assieme a Kusturica. Ma il regista non sembra avere il passo giusto per mantenere alto il livello della tensione perché si perde spesso nell’amplificazione di dettagli, in sovrapposizioni come la telefonata che si incrocia con l’interrogatorio della polizia. Tutto nella testa di Canet, che forse sarebbe stato decisamente più adatto a dirigere il film anche come regista. Oppure poteva essere nelle corde di quelle atmosfere polar malate di un Cédric Kahn. E lui che lo porta avanti con il diavolo in corpo nascosto in un volto apparentemente impassibile, che lo fa scattare all’improvviso come nella scena in cui aggredisce il nuovo marito della moglie pensando che fosse coinvolto nel rapimento. E che ne detta il ritmo come se dovesse seguire quello dal moto uniformemente accelerato della luce del semaforo sul suo volto.

mon garçon guillaume canet mélanie laurentIl cinema di Carion è troppo letterario per un film di genere, decisamente più in sintonia nella linea nelle produzioni Besson tipo Pierre Morel. Tra Joyeux Noël e Mon garçon c’è un’idea di cinema, se non antitetica, comunque decisamente differente. Dove le uniche zone thriller sono nella segmentazione dell’immagine digitale dei video con il ragazzino alla ricerca di dettagli nascosti. E il film s’incarta dal momento in cui Julien riceve la misteriosa telefonata in macchina in cui si capisce che il suo lavoro è una copertura, Poi la parte finale diventa solo mestiere. Fatto anche al minimo. In un film dove la montagna e i boschi, che potevano essere dei luoghi, alla Rambo, sono un altro sfondo non sfruttato ma solo attraversato.