#RomaFF12 – Promised Land, di Eugene Jarecki

Promised Land è un road movie che ripercorrendo le tappe fisiche ed artistiche di Elvis Presley attraverso l’America registra le condizioni di fiducia, le speranze, le aspettative verso il paese, alla luce dei cambiamenti che lo stavano interessando nell’anno delle ultime elezioni presidenziali dominate dallo spauracchio di Donald Trump. L’interrogativo di fondo del film è il concetto di sogno americano, che Elvis si ritrovò giovanissimo ad incarnare tanto da diventarne il simbolo più illustre, quanto di questo concetto sia rimasto integro, inscrivibile nell’alveo delle possibilità, ammesso non sia sempre stato solo un slogan e quanto lo stesso Elvis abbia contribuito a costruire il mito della nazione eldorado. A bordo di una Rolls Royce Phantom V appartenuta a The King il regista realizza una serie di interviste utili soprattutto ad aprire delle discussioni e porre delle domande proiettandosi nel futuro partendo dal passato.

La storia inizia in Mississipi, a Tupelo, terra di nascita di Presley, da cui assorbirà sonorità del blues che lo accompagneranno soprattutto nei primi album, musica di schiavi, di neri dalla schiena spezzata dal lavoro di raccolta del cotone, musica di un uomo buono che si sente triste. Un’influenza servita a contribuirne la diffusione ma guardata con astio dalle colonne razziste bianche e da una parte della comunità nera che si considerava vittima di un furto, di un ennesimo affronto. Aggravato da un sostanziale disinteresse del problema razziale con l’accusa di una mancata presa di posizione ed il conseguente mancato vantaggio che un personaggio del calibro di Elvis avrebbe assicurato alla campagna.

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Da lì in avanti, Memphis, Nashville, New York, Los Angeles, la carriera di Presley prenderà il decollo fino a trasformarlo in un brand, una folle corsa verso il denaro, la celebrità, non più il sogno dei padri fondatori, con la libertà e la felicità come valori imprescindibili per l’uomo, sostituiti dal marchio del dollaro. Un’avidità a cui la rockstar non seppe mai rinunciare, neanche quando decise di dedicarsi alla carriera cinematografica, pagato a peso d’oro, pur sprovvisto della necessaria preparazione a discapito del talento naturale come cantante.

Quell’America che gli ha prenotato un posto in tribuna è la stessa nazione paralizzata dalla paura destinata a soccombere al fascino di Trump, dotata di pragmatismo economico, succube degli indici, un impero stanco, fiaccato dalle guerre, dagli scandali, indizi di  declino, che sconta forse una vertigine di potere, una solitudine da apice, un vuoto dove il suono delle minacce arriva nitido, amplificato, costringendoti a tirare fendenti in ogni direzione in un tentativo di difesa. Stesso comportamento da eroe stanco assunto dal Re negli ultimi anni di vita in Nevada, isolato da un manager soprannominato il Colonnello, vittima di un successo arrivato prematuramente e cresciuto a dismisura, tanto grande da restarne schiacciati. L’emblema per antonomasia del sogno americano, Las Vegas, dalla faccia mastodontica paillettes e lustrini diventa esilio dorato di crepuscolo per un mito stanco di sorridere.

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L’ipotesi di viaggio di Jarecki, i volti, le voci, i sound incontrati lungo la strada scrivono un diario di bordo di lodi e recriminazioni con un’esposizione alleggerita dal contesto musicale, semina dei dubbi destinati a rimanere tali, conservando con giudizio una posizione neutrale, di stampo giornalistico. Ed anche quando soffia sul fuoco della leggenda sta attento a non rimanere scottato.