#RomaFF12 – Saturday Church, di Damon Cardasis

A chiunque è capitato, almeno una volta, di immaginare alcuni momenti della propria esistenza come se fossero un musical. Di ballare per strada o provare a esprimere un concetto cantando. Il giovane Ulysses (Luka Kain) vive una vita silenziosa, parla poco, ha quattordici anni e molti cambiamenti stanno sconvolgendo la sua vita. Uno dei quali è quello del suo corpo, estremamente delicato e femminile, che lui agghinda provando le scarpe col tacco della madre. Ogni tanto però la sua vita si anima e intorno a lui tutti si trasformano in un canto.

Il produttore americano Damon Cardasis (Il Piano di Maggie, Arthur Miller: Writer) esordisce con Saturday Church che scrive e dirige dimostrandosi abile in entrambe le arti. Cardasis racconta, senza mai cadere in facili clichè, un piccolo spaccato di vita di un giovane ragazzo afroamericano che scopre la sua sessualità. Il Saturday Church non è una discoteca per svagarsi, bensì un programma della chiesa, un rifugio per gay, lesbiche e trans gestito da Joan (interpretata dalla scrittrice e teorica del gender  Kate Bornstein) dove Ulysses viene portato dai suoi nuovi amici, Dijon, Heaven, Ebony. E da Raymond (Marquis Rodriguez) che con dolcezza inizia a corteggiarlo.

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Saturday Church ha un grande merito che è quello di riuscire a non essere conclusivo, di riuscire a rimanere, con grazia, aperto, come un’impressione. Questo perché Cardasis è bravo a raccontarci un’inizio. L’inizio è quello della vita vera di un ragazzo che si scopre sessualmente, che prende la prima cotta, che affronta le prime tragedie e supera i primi ostacoli. Lungi dal voler veicolare un messaggio morale, il regista ci porta su un trampolino di lancio, ci mostra il principio di un processo, e lo fa riuscendo in bellissime immagini che ben spiegano le emozioni della crescita…momenti di felicità espressi in petali di rose. Ma oltre alle immagini anche la musica ha un ruolo fondamentale nella messa in scena, soprattutto le parti cantate dagli attori che sono inserite in modo atipico e proprio per questo funzionano.

Se lo dovessimo definire forse Saturday Church non rientra appieno nel genere musical. I personaggi cantano ma a intervalli brevi e spezzati perché in realtà è tutto nella testa di Ulysses, che così evade dalle sue tristezze, colora la sua esistenza. Cardasis semina indizi, forse nel futuro del ragazzo è previsto diventare un cantante vestito con abiti lunghi e luccicanti, che solcherà i palchi dei locali undergorund americani.

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