#RomaFF12 – Spielberg, di Susan Lacy

C’è un altro motivo, oltre ai magnifici affreschi disegnati da film come Breve incontro, Il ponte sul fiume Kwai, Il dottor Zivago o Lawrence d’Arabia, per esser infinitamente grati a uno dei grandi maestri del cinema, David Lean. A Phoenix, Arizona, dove negli anni ’60 c’è chi passa la giornata a sentire il rumore dei cactus che crescono e chi, invece, sogna di diventare un grande regista, arriva al cinema Lawrence d’Arabia, proiezione in 70 mm, suono stereofonico. Un sedicenne Steven Spielberg che passa le sue giornate a girare piccoli film amatoriali, perché è solo così che riesce ad affrontare il mondo là fuori, con i suoi bulli di quartiere e gli alberi che gettano le loro ombre spaventose sulle finestre, è proprio lì, seduto sulla sua poltrona elegante, e mentre guarda Peter O’Toole specchiarsi per due volte nella lama di quello stesso coltello, che pur restituisce due immagini tanto distanti tra loro, capisce che aspielberg fondare la visione non è altro che una domanda, ovviamente posta in maniera cinematica, “chi sono io?”. E, così, diventa chiaro che la sua vita non potrà esser null’altro che cinema o morte.

Susan Lacy, che in fatto di ritratti di grandi artisti ha un’esperienza quasi trentennale, è lei ad aver creato la serie della PBS American Masters, sceglie la chiave semi-cronologica per far ordine nelle oltre trenta ore di interviste raccolte per raccontare, in questo documentario targato HBO, il mezzo secolo di incredibili visioni spielberghiane che hanno reinventato la geografia del Cinema e scritto un capitolo davvero immenso della sua storia. A rendere omaggio a Spielberg ci sono Coppola, De Palma, Scorsese, Lucas, Richard Dreyfuss, Harrison Ford, Tom Hanks, Daniel Day Lewis, Leonardo di Caprio, l’inseparabile John William e ancora, gli interpreti, i tecnici, i produttori che hanno condiviso le sue avventure, ma anche le sorelle e i genitori.

Spielberg si muove tra un incredibile lavoro sul materiale d’archivio, le pellicole amatoriali, l’epoca scanzonata dei Movie Brats, le riprese sui vari set, e le enumerazioni, dal sapore, è vero, un po’ troppo celebrativo, delle invenzioni e sperimentazioni stilistiche di una carriera capace di immaginare il futuro del cinema prima ancora che accadaspielberg e che ha fondato se stessa sulla spericolatezza e l’audacia di quel giovane che ha trasformato un tour turistico negli studiosi in un ufficio permanente. A funzionare, in questo documentario di due ore e mezza, è il tentativo di Susan Lacy si affrontare l’impresa di raccontare Steven Spielberg proprio come fosse un personaggio spielberghiano. Nelle pieghe più intime e sentimentali dell’avventura straordinaria di un cinefilo diventato uno dei più grandi registi dei nostri tempi, il trauma per il divorzio dei genitori vissuto nelle geografie contradditorie del paesaggio dei sobborghi americani, il rapporto padre-figlio, pietra miliare della poetica spielberghiana, il rifiuto e poi la riconciliazione con l’identità ebraica, la tensione tra ideali come il patriottismo o la fede nella democrazia e le ombre gettate sul mondo dalla Storia, Spielberg cerca di scovare l’immagine di un eroe del cinema che prima di tutto è un uomo.